lunedì 11 luglio 2016

The floating piers, ovvero a che cosa serve l'arte?


Il 3 di luglio 2016 è stata smontata l'istallazione the floating piers di Christo and jeanne-claude. Dopo 15 giorni sono state circa un milione e mezzo le persone che hanno raggiunto Monte Isola da Sulzano, a piedi, camminando letteralmente sulle acque del lago d'Iseo. Un'istallazione tra le più riuscite in termini di visibilità per l'artista bulgaro-francese, di fatto un'opera d'arte al netto degli estimatori e dei critici, perché l'arte sa (e forse deve) essere anche un'ammaliante seduttrice, una raffinata prostituta. Ma da qualsiasi parte si osservi questo lavoro, non ci si può sottrarre dalla domanda più spontanea e per molti aspetti banale, ovvero: a che cosa serve oggi l'arte? Qual è il suo ruolo e in che modo contribuisce a costruire ancora il nostro immaginario?

Vedere The floating piers e le persone che l'affollavano ha provocato lo stesso stupore del bambino che al termine della fiaba “i nuovi vestiti dell'imperatore” pronuncia la frase: “il re è nudo”, scoprendo l'inganno che tutti i collaboratori del monarca avevano inscenato per non cadere sotto le ire del re. Perché il punto non sta tanto nel criticare o elogiare il lavoro di Christo, quanto piuttosto nel chiederci se sia opportuno che l'arte debba occuparsi solamente della ricerca della bellezza, dello stupore e della meraviglia, liberandosi dal peso di dover interpretare la contemporaneità, oppure se il suo compito debba essere altro, se la vocazione dei progetti artistici debba riguardare qualcosa di diverso, qualcosa di più vicino alla ricerca, all'interrogarsi sul senso e sulla direzione delle umane cose. È vero, se domani potessimo leggere sul giornale che un milione mezzo di persone hanno visitato un museo in quindici giorni, grideremmo tutti al miracolo e in effetti pochi hanno osato mettere in discussione il successo dell'istallazione di Christo. Eppure the floating piers sembra un'opera rivolta unicamente alla ricerca dell'emozione, della sensazione del “vedere l'effetto che fa”, declinata verso la ricerca di una condivisione sempre più perseguita in questi nostri tempi; quasi fosse un rito religioso, un mantra collettivo che si esprime nel poter dire di esserci o di non esserci stati. Non a caso anche l'impatto mediatico che ha accompagnato l'evento appare più vicino alle forme e alle dinamiche dell'intrattenimento di massa, con una comunicazione del tutto simile a quella usata per i parchi giochi. Del resto un milione e mezzo di visitatori in quindici giorni non sono numeri da sottovalutare, considerato anche che chi ha volutamente snobbato l'opera, criticandola per il forte impatto ambientale, non è poi andato molto distante da chi l'ha elogiata con toni misticheggianti. Di fatto chi ha denigrato the floating piers ha utilizzato le ragioni uguali e contrarie rispetto agli incensatori, ma nessuno si è chiesto come mai l'arte stia assumendo sempre più le forme dell'intrattenimento e della spettacolarità o, paradossalmente, stia sostituendo sempre più i modi e le forme delle pratiche religiose, come la necessità del rito collettivo, dell'ascesi mistica e catartica.

Il nemico dell'arte (se di nemico vogliamo parlare) non è tanto la massa, tradizionalmente sempre ben disposta a lasciarsi coinvolgere nelle emozioni collettive, quanto piuttosto la costante necessità di alzare la soglia dell'effetto speciale, cercando di sfiorare sempre più il limite di ciò che si può fare per un ulteriore grado di stupore; come se fossero solo la meraviglia e il traffico sui social le misure per stabilire se un progetto artistico ha funzionato oppure no. In definitiva se insieme alla bellezza non sorgono anche delle domande, come veri e propri demoni che portano sempre a interrogarsi e a produrre con urgenza delle risposte, allora forse sarebbe il caso di ricominciare a pensare la funzione stessa dell'arte, il suo ruolo nelle dinamiche della modernità. E questo non tanto per coltivare o incentivare uno spirito elitario o selettivo, quanto piuttosto per giungere alla consapevolezza che se l'arte non serve più a definire noi stessi, in relazione ai tempi che viviamo, allora forse è un'arte utile solo per quindici giorni, utile ad emozionarci solamente per un breve lasso di tempo e poi destinata a svanire nel nulla, ovvero nei selfie sorridenti scattati sulle floating piers.

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