sabato 24 luglio 2021

Il pendolare fedele


Chiariamo subito un punto importantissimo: Il Pendolare fedele non è un libro di poesie illustrato; siamo di fronte a un dialogo tra due poeti che si scambiano suggestioni, lettere fatte di parole e di immagini, che tessono un colloquio intimo, raffinato. Non so chi abbia recapitato la prima missiva all'altro, ma non vi è dubbio alcuno che Luca Vannoni e Giorgio Bramante Donini hanno cominciato a parlarsi, e forse ancora più ad ascoltarsi, spinti da una tematica che costruisce la cornice intorno al loro lavoro: ovvero la pendolarità del movimento, dell'agire e dello sguardo; in sintesi dello stare nella fedele pendolarità quotidiana che regola il nostro vivere, segnato da polarità ben definite: casa, lavoro, famiglia.

Si tratta di movimento e di viaggi, anche se a differenza della mente del viaggiatore, il pendolare ha il privilegio di tornare sempre davanti agli stessi luoghi, di fronte alle medesime immagini. Il viaggiatore vive in relazione al viaggio, là dove non è la destinazione a darne il senso, bensì lo stesso viaggiare: «Sempre devi avere in mente Itaca (...) augurarti che la strada sia lunga» - affermò il poeta Konstantinos Kavafis -, dunque il viaggio è al contempo fine e causa dell'andare, non è importante giungere a destinazione, tuttavia è necessario e vitale il viaggio.

Il pendolare invece non viaggia, ma si sposta tra due punti, oscilla tra due polarità ugualmente magnetiche, sia pur dettate dalla necessità o dal desiderio, il pendolare parte perché sa che poi dovrà tornare; il suo spostarsi non è un ritorno né tanto meno un viaggio, ma un movimento scandito, già conosciuto, ripetitivo, metronomico e pertanto fedele. Eppure il pendolare ha un dono raro rispetto al viaggiatore, possiede il privilegio dello sguardo che, proprio perché ritorna ogni giorno sugli stessi luoghi, finisce col diventare sguardo fenomenologico; un vedere che mette tra parentesi il mondo per poterlo poi cogliere nella sua essenza più profonda, epoché husserliana, che coincide con un monolinguismo poetico in cui l'oggetto e la visione poetica coincidono proprio con lo stesso vedere, o meglio con l'indagine accurata di uno sguardo che non si accontenta di ciò che vede, perché è consapevole che ogni cosa osservata con attenzione finisce con il non assomigliare più a se stessa, assumendo connotati sconosciuti, aspetti misteriosi finanche insondabili e a tratti impenetrabili. Ed è per questo che agli occhi di un poeta un fiore non è mai solo un fiore, né il cielo è sempre il medesimo cielo, pur rimanendo nella loro apparente banalità solamente un fiore e il cielo.

Troverete nelle poesie di Luca Vannoni e nei disegni di Giorgio Donini la soglia che permette di muoversi al di là del visibile, un'immersione in un immaginario che nasce da un'osservazione continua, fedele appunto, dello stesso paesaggio: la strada che separa San Giovanni in Marignano da Rimini oppure la distanza che divide Pesaro da Urbino sono, a pensarci bene, la stessa siepe «che da tanta parte/ dell'ultimo orizzonte il guardo esclude»; sapendo bene che è necessario, anzi vera e propria conditio sine qua non, che si realizzi quel 'sedendo e mirando', ovvero quello stare in contemplazione dinnanzi all'oggetto o al paesaggio senza cui niente può darsi alla mente del poeta; nulla può nascere sotto forma di parola o di immagine senza la determinazione della vista e, concedetemelo, anche del cuore.

Ed è forse per questa volontà di uno sguardo che ritorna sempre davanti alle stesse immagini che, ne Il pendolare fedele, i due poeti disegnano scene, sipari e quadri nei quali emerge un forte senso (desiderio?) di equilibrio e soprattutto di temperanza; esattamente come nell'arcano maggiore dei Tarocchi, nel quale una figura femminile travasa dell'acqua da un recipiente all'altro senza lasciarne cadere una goccia, così le parole di Luca Vannoni si mescolano ai disegni di Giorgio Donini e, viceversa, il segno grafico di Giorgio s'innerva nei versi di Luca, lasciandoci testimoni di uno scambio che è circolare, non rettilineo, scambievole perché le immagini non sono illustrazioni delle poesie, né tanto meno le poesie sono didascalie della grafica d'arte: parole e immagini si rispecchiano le une nelle altre, nel perfetto equilibrio della composizione testuale e grafica, in definitiva nel vagheggiato ordine della bellezza.

Come forse saprete la poesia è tra i generi letterari meno frequentati dai lettori, vera e propria Cenerentola dell'editoria italiana, al punto che un libro di poesie che vende qualche centinaio di copie viene considerato a tutti gli effetti un successo editoriale. Allora viene da domandarsi, insieme a Holderlin, «perché i poeti nel tempo della povertà?»; ovvero qual è il compito, il ruolo che dovrebbe assumere non solo la poesia, ma anche il gesto, l'osservazione, l'attitudine poetica? Luca Vannoni e Giorgio Donini non sembrano avere dubbi: la poesia è cura e custodia, preservare per lasciarne traccia e memoria; «da conservare in uno scrigno levigato di cipresso», togliendo il punto interrogativo alla domanda di Orazio perché ne Il pendolare fedele la poesia nasce ancora una volta, una poesia che ci innalza al di sopra di questo servile attaccamento al denaro e ai beni materiali che contaminano gli animi; una poesia che ci innalzerà là dove dimora la spiritualità e dove la parola e il segno grafico abitano il luogo più alto a loro deputato: ovvero nella casa dell'ispirazione e dell'elevazione, vera e propria anima mundi, nella consapevolezza infine che davvero «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».


mercoledì 30 dicembre 2020

31 dicembre 1991



Tutte le cose diritte mentono.
Ogni verità è ricurva.
Il tempo stesso è un circolo.

(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)


In Così parlò Zarathustra Nietzsche afferma l'eterno ritorno dell'uguale, ovvero il fatto che le stesse cose accadono e poi si ripetono di nuovo, continuamente. Nietzsche non parla del simile, come il ritorno delle stagioni, l'alba, il tramonto ecc., ma dell'uguale. Inoltre il filosofo non ci aiuta affatto nell'interpretazione, perché nei due testi in cui espone la sua teoria, ovvero La gaia scienza e appunto in Così parlò Zarathustra, le sue parole sono assolutamente criptiche e dal tono perentorio e profetico. Però in un passo dei Frammenti postumi, Nietzsche riferendosi all'eterno ritorno scrive: «In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte». In questa direzione il tempo assomiglia più ad una scena che viene allestita e riallestita continuamente, pertanto il tempo è come un palcoscenico sul quale un bravo scenografo ha misurato al centimetro lo spazio che deve intercorrere tra gli oggetti di scena e un altrettanto bravo regista ha affidato con scrupolo ruoli e scene agli attori. L’opera teatrale va in scena ogni sera, tutto è nell’esatta posizione della rappresentazione precedente, gli attori hanno la loro parte, tuttavia non hanno le battute assegnate, sono liberi di improvvisare, come un canovaccio della commedia dell’arte. Se pensiamo alla nostra vita come ad un sistema finito dentro un sistema infinito (la nostra anima?), ogni combinazione (reincarnazione?) può ripetersi infinite volte.

A sostegno di questa teoria l’astrologia, ma anche l’astronomia, possono aiutarci, perché lo stesso cielo ritorna sopra di noi, a cadenza periodica più o meno estesa nel tempo, eppure ritorna; ritorna l’identico cielo, dunque l’uguale, se è vero com’è vero che è così in cielo come è in terra. Assorto da questi pensieri sono andato a vedere dove si trovasse Saturno, il maestro del Karma, l’ultima volta che l’ho avuto nel mio cielo, perché si sa che il ciclo di Saturno attorno al sole è di ventinove anni, quindi è il pianeta che nei suoi passaggi segna le fasi della nostra vita. In poche parole Saturno è il pianeta che riallestisce il palcoscenico, lo scenografo che prepara nuovamente la scena e che, nell’evidenza dell’età passata, ci dice che in realtà il tempo non esiste, perché la stessa scena ritorna e dunque solo la nostra anima può evolversi e scegliere di andare avanti oppure decidere di fermarsi e rimanere lì, esattamente dove l’abbiamo lasciata ventinove anni fa.

Il 31 dicembre 1991 mi trovavo a Londra e, esattamente come adesso, avevo Saturno in Acquario. Ero riuscito a farmi anticipare il regalo di laurea di qualche mese e così, insieme ad alcuni amici con cui condividevo la passione per la musica, ero andato a festeggiare il Capodanno a Londra. La vacanza aveva uno schema programmato in partenza: visita a tutti i luoghi di culto della musica underground della città (mercati, negozi di dischi), e poi di sera il tour dei locali dove si poteva ascoltare e ballare quella grande musica.

A questo punto sarebbe meglio ascoltare cosa intendevamo al tempo per grande musica.



A dire il vero avevamo messo in calendario anche una visita alla National Gallery e al British Museum, dove riuscimmo ad andarci anche se gli orari dei musei remavano contro di noi. In ogni caso il programma prevedeva una colazione molto vicina al pranzo, un pomeriggio in giro per negozi di dischi e di cultura indie, e infine la sera che era quasi totalmente riservata al Camden Palace, un ex teatro riconvertito in sala da ballo nel centro del quartiere più innovativo di Londra: Camden Town. Ora provate a immaginare di entrare in un teatro, dove sul palcoscenico si trova la consolle del DJ, mentre in platea e sui palchetti migliaia di ragazzi e ragazze ballano questa canzone.



Bene, forse adesso vi siete fatti un’idea, forse.


Un viaggio intenso può prevedere anche una certa immobilità nello spazio, di contro spostarsi di migliaia di chilometri può anche comportare un rimanere sempre nello stesso luogo; un viaggio è tale se ti mette in discussione, se poi quando torni non sei più te stesso, perché i viaggi veri sono viaggi dell’anima, il resto sono solo biglietti timbrati. Quel viaggio fu un rito di passaggio iniziatico, perché tornai diverso, con tante idee in testa e anche molta confusione, lo ammetto, eppure con una determinazione che non so bene da dove provenisse. Ma sopra ogni cosa mi apparve subito chiaro, nella mia testa di ventiquattrenne, che non esisteva alcuna differenza tra noi cinque ragazzotti di provincia e tutti quei giovani che si trovavano in quel locale. Mi accorsi che mentre ballavamo e cantavamo quelle stesse canzoni, potevi essere vestito o esprimerti come volevi, credere o pensare quello che ti pareva, perché davvero non c’era alcuna differenza tra di noi. Ogni retropensiero che avevo avuto fino a quel momento era un pregiudizio, ogni convinzione passata crollava di fronte alla musica che legava tutti in un’unica danza.


Ecco, credo che il ritorno di Saturno in Acquario voglia allestire una nuova scena, che quindi è anche vecchissima, penso che anche adesso ci voglia parlare di condivisione globale, di un’età che ci darà di nuovo il senso di una collettività più ampia: penso alla fine delle barriere, delle discriminazioni, al mio Paese che appartiene ormai a una nuova Europa che la pandemia ha reso più unita. Credo infine, o meglio spero, che tra quei ragazzi che ballavano, in quelle sere, nessuno abbia dimenticato oggi che era bello semplicemente stare insieme lì per festeggiare; noi, migliaia di ragazzi e di ragazze che provenivano da tutte le parti d’Europa, il 31 dicembre 1991.






venerdì 13 novembre 2020

Narrare il mondo



La perdita dell’esperienza del mondo, ovvero l’impossibilità dell’uomo contemporaneo di interpretare la realtà attraverso gli strumenti letterari ci conduce verso una nuova definizione e una nuova idea di narrazione. Ciò che Walter Benjamin aveva indicato come perdita dell’oralità e della conseguente comunicabilità dell’esperienza, viene ripreso e aggiornato da Italo Calvino in una sorta di sfida lanciata alla modernità. I termini della contesa ora non riguardano più l’uomo e la capacità di scambiare oralmente esperienze bensì il senso e la necessità di produrre ancora letteratura, poesia e prosa, in tempi in cui ogni cosa sembra essere già stata catalogata, uniformata e, in definitiva, omologata. Se è vero che è stata perduta la capacità di scambiarci esperienze attraverso la narrazione, allora la letteratura ci apparirà come svuotata di senso e di significato. Non a caso è già dalla seconda metà degli anni Ottanta che si delinea in modo sempre più evidente l’avvento di un mondo trasformato dai mezzi di comunicazione di massa: un mondo modificato radicalmente da nuovi mass media, attraverso cui scorrono quotidianamente grandi flussi di informazioni che rendono obsoleto qualsiasi forma di esperienza umana. Scrive Italo Calvino che «ogni cosa che vedo nelle vie della città ha già il suo posto nel contesto dell’informazione omogeneizzata. Questo mondo che io vedo, quello che viene riconosciuto di solito come il mondo, si presenta ai miei occhi – almeno in gran parte – già conquistato, colonizzato dalle parole, un mondo che porta su di sé una pesante crosta di discorsi. I fatti della nostra vita sono già classificati, giudicati, commentati, prima ancora che accadano. Viviamo in un mondo dove tutto è già letto prima ancora di cominciare a esistere».

Se a detta di Walter Benjamin il “narratore prende ciò che narra dall’esperienza, dalla propria o da quella che gli è stata riferita”, come sarà possibile continuare a raccontare dopo che l’uomo ha perduto la facoltà di scambiare esperienze? E ancora: se la funzione della letteratura si è sciolta in un mondo colonizzato dalle parole, dove troveremo ancora la forza di significare, di produrre senso in un universo incrostato di discorsi? Bene ha scritto Antonio Scurati ricordando che fu lo stesso Calvino, chiamato a riscrivere la presentazione al suo primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, ad affrontare il nodo irrisolto relativo alla relazione, ormai perduta, tra letteratura ed esperienza. «La letteratura (intesa come insieme delle operazioni di scrittura e lettura) e l’esperienza – scrive Scurati - stanno oggi dinnanzi a noi come le due metà non combacianti di una tessera spezzata e non più ricomponibile. Non si compongono non perché manchi la commessura tra di esse ma perché sono perfettamente identiche. Anzi, la parola esatta è ‘indifferenziate’. Sono i due frammenti di una totalità infranta (…) Il Calvino del ’47 poté fare grande letteratura dal suo «stato di povertà», attingendo a una «forza vitale ancora oscura» in cui si saldavano «l'indigenza del ‘troppo giovane e l’indigenza degli esclusi e dei reietti» perché, appena ventenne, era già carico dell’esperienza della guerra, cominciava cioè a scrivere «dopo un’esperienza ‘di quelle con tante cose da raccontare’». (…) La letteratura mantiene un rapporto fondamentale con l’esperienza, la fonda e si fonda su di essa. Ma (…) è la struttura stessa dell’esperienza a essere andata distrutta nelle condizioni di vita della società tardo-moderna. Il mondo oggi non ‘si vive’, e la sua conoscenza non riposa più sull’esperienza. Al contrario, l’inesperienza è la condizione trascendentale dell’esperienza attuale. L’inesperienza è la nuova forma d’indigenza, il nuovo senso di «nullatenenza assoluta» da cui nascono i romanzi di oggi. L’inesperienza, questo è il nostro stato di povertà di oggi, da cui siamo chiamati a fare letteratura. L’indigenza peculiare, come già intravide Calvino quarant’anni fa, della società sommersa dalla «quantità di beni superflui e troppo presto soddisfatta». Oggi, più viviamo più siamo inesperti della vita. L’inesperienza si accumula innaturalmente come un tempo si cumulava, naturalmente, l’esperienza». L’analisi di Antonio Scurati ci conduce quindi a pensare le ultime prove di Italo Calvino come una testimonianza sulla perdita di ruolo e funzione della letteratura e, nel contempo, anche come opere che documentano la ricerca verso nuove possibilità del narrare nonché infine come opportunità per intraprendere nuove strade. Da Ti con zero fino a Sotto un sole giaguaro, Calvino sembrò incarnare sempre più la figura del cartografo, intento a disegnare mappe e cartine raffiguranti territori inesplorati e nuovi sentieri, ponendo così confini e strade ma anche cancellando limiti là dove nessuno aveva fino ad allora immaginato l’esistenza di un territorio. L’ultimo Calvino segna mappe geografiche operando una sorta di riduzione dell’universo delle storie a segno visivo; costruisce un ipervisualismo destinato a divenire il nuovo modello d’interpretazione della realtà. La sfida lanciata da Calvino alla complessità della modernità è una sorta di riaffermazione degli strumenti conoscitivi della letteratura: là dove termina la tecnica e dove ogni cosa può essere messa in luce, inizia la strada oscura del mito, della fiaba. Palomar trasforma il reale in superficie riquadrata, traducendo ogni accadimento, oggetto ed esperienza in immagine, ma quando si accorge che “la superficie delle cose è inesauribile” allora si rende conto che “non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare”. L’uomo può conoscere scientificamente il mondo e giungere a conclusioni valide per il proprio progresso e sviluppo; ma per quanto sia utile e necessario sperimentare, verificare e in definitiva migliorare la propria condizione, dovrà sempre affrontare l’esplorazione della propria “geografia interiore”.

Di fronte al mondo non scritto Calvino afferma che è possibile solamente la creazione visuale, la figurazione di un universo che è segno e, in definitiva, unità di arte e natura. Ecco che Palomar può guardare “il mondo dall’interno d’un io che possa dissolversi e diventare solo sguardo”, sconfiggendo la morte nel momento stesso in cui non penserà più di essere morto. Ma l’uomo che classifica, enumera e trasforma in grafema perfino tutti gli istanti del tempo non può più compiere altro né può giungere al termine del proprio lavoro, così Palomar “in quel momento muore”. Nell’ultimo Calvino l’incontro tra sguardo e mondo avviene nell’unico luogo ancora da abitare, nello spazio dove è ancora possibile tradurre grafismi e vedere segni: ovvero nel linguaggio, poiché “la menzogna non è nel discorso, è nelle cose” e solo la lingua, vettore e codice del mondo scritto, può consegnarci ancora l’esperienza della narrazione. La letteratura può ancora significare, produrre senso e direzione, perché nelle pieghe delle parole c’è vita e sangue; l’arte del racconto non è perduta né il nuovo mondo sommerso dalle informazioni, spesso inutili, può arrestare il desiderio dell’uomo di creare nuove storie; anzi altri modi per ingannare la morte.


mercoledì 7 ottobre 2020

Per un'etica della comunicazione universale


 Karl-Otto Apel

La sera del 23 marzo 2020, mentre l'Italia sprofondava nella più grave e profonda crisi da settant'anni a questa parte causata dal virus Covid-19, la ministra dell'innovazione Paola Pisana è apparsa in televisione per annunciare l'apertura del bando “Innova per l'Italia”. Nelle prime ore di apertura del bando giunsero al ministero 270 proposte, accolte with entusiasmo perché questo dispositivo prometteva di essere la soluzione per recuperare alle persone qualche libertà di movimento, grazie al controllo capillare dei contagiati. La ministra, nel presentare le caratteristiche relative al funzionamento dell'app, parlò esplicitamente di Big Data e quindi della possibilità di utilizzare la connettività, il digitale ei dati di geo-localizzazione.In quel momento l'Italia era il secondo paese al mondo, dopo la Cina, per contagi e vittime, il governo pensò bene di frenare la diffusione della pandemia utilizzando le nuove tecnologie della comunicazione e, in particolare, di individuare l'applicazione in grado di tracciare gli spostamenti dei contagiati e monitorare le loro attività.La modalità è abbastanza semplice in quanto il contagiato rilascia agli operatori sanitari i dati degli spostamenti personali che vengono registrati dallo smartphone negli ultimi 28 giorni, ricostruendo contatti e movimenti del paziente.E nonostante dal ministero si siano poi affrettati ad assicurare che tali dispositivi potrebbero funzionare anche salvaguardando la privacy delle persone, il dubbio di un utilizzo poco corretto dei dati personali è rimasto in essere. Di fatto possiamo parlare di una forma tecnologica di bio-sorveglianza,che ha avuto la sua applicazione più radicale nel modello adottato dalla Corea del Sud, dove è stato utilizzato il segnale satellitare che sta negli smartphone (il Gps) ei dati condivisi dai principali Social Media per effettuare una localizzazione che veniva registrato con assoluta precisione, grazie proprio ai telefoni continuamente connessi ai ripetitori 4g e 5g che in Corea del Sud sono circa 860mila; a ciò si aggiunge l'ulteriore controllo di oltre 8 milioni di telecamere un circuito chiuso, una ogni 6,3 abitanti. La Corea del Sud è stata molto lodata per come ha saputo gestire l'epidemia del Corona virus, anche se il raccolto le informazioni grazie al monitoraggio satellitare dei cittadini ha prodotto delle palesi violazioni della privacy, infatti tali informazioni sono servite alla sanità coreana,ma anche alle autorità governative che hanno rese pubbliche attraverso i siti web per comunicare alla popolazione l'ubicazione dei focolai che si sono sviluppati e quindi delle zone a rischio. Ma una volta divulgate le informazioni sugli spostamenti dei contagiati o dei sospetti tali, è stato inevitabile il rimbalzo sui Social Network che hanno poi provveduto a mettere alla gogna chi non si era attenuto al protocollo e alle procedure sanitarie. In questa direzione «gli altri paesi che stanno prendendo in provvedimenti di questo tipo - scrive Jung Won Sonn su “ The Conversation ”- devono affrontare un grosso problema. È improbabile che un racconto a livello di sorveglianza e questa diffusione delle informazioni personali siano accettati con facilità dalla maggior parte delle altre società democratiche liberali. (…) Di fatto, la condivisione delle informazioni può evitare di togliere ai cittadini la libertà di movimento. Quindi i governi di tutto il mondo hanno davanti una scelta difficile tra due violazioni dei diritti individuali: la diffusione delle informazioni e la restrizione alla libertà di movimento ».In verità la questione appare assai più complessa in quanto i diversi Stati (in alcuni casi perfino le regioni) sono andati ognuno per proprio conto, mettendo in atto dispositivi elettronici diversi capaci di geo-referenziare spostamenti e contatti non solo dei contagiati ma anche di tutti i cittadini, con la scusa di assicurare spazi di maggiore libertà per chi è immune o semplicemente guarito.Di fronte a questo scenario sembra delineare l'ipotesi alquanto probabile che la mappatura digitale, una volta applicata, non sarà solo uno strumento di contenimento e di contrasto alla diffusione del virus, ma finirà col diventare inevitabilmente uno strumento di controllo nelle mani anche di quei governi che non brillano per spirito democratico ed egalitario; in questa direzione non appare rassicurante la decisione del primo ministro ungherese Viktor Orban, lo scorso marzo, di avocare a sé i pieni poteri per far fronte all'emergenza Covid-19.

Le informazioni sui nostri gusti, gli spostamenti e gli presentati vengono raccolti ogni istante grazie dei nuovi media, rielaborati successivamente nel processo definito Datification , ovvero il procedimento che permette di raccogliere e usare le informazioni con modalità predittive. Il web è connesso ad una progressiva e capillare personalizzazione, ma se ciò fosse limitato solamente un modo per vendere pubblicità di beni e servizi mirati, potrebbe essere considerato anche un fattore positivo, in quanto gli utenti ricaverebbero informazioni dal mercato vicino ai propri gusti. Tuttavia se estendiamo il concetto di pubblicità all'informazione politica e alla propaganda, spesso dotato di Di fatto i big data modificano la natura del business, dei mercati e della società, spostando il valore dalle infrastrutture fisiche come i terreni e le fabbriche a elementi immateriali come le informazioni, che vengono puntualmente trasformati in merce secondo il semplice calcolo matematico che vede la vendita degli spazi pubblicitari in Rete direttamente proporzionale al numero di informazioni accumulate su ciascuno di noi: ovvero più cose so di te, più sarà facile venderti qualcosa.notizie false , allora potremmo vedere il vero volto, profondo inquietante, relativo ai big data.In questa direzione il caso di Cambridge Analytica ha dimostrato l'enorme forza di manipolazione che i Social Media hanno avuto in occasione di eventi importantissimi degli ultimi anni come la Brexit o le elezioni di Donald Trump, eventi che hanno portato Mark Zuckerberg di fronte al congresso statunitense e che hanno svolto un ruolo decisivo nel processo che ha costretto Facebook a pagare una multa miliardaria. Lo scandalo di Cambridge Analytica non ha rivelato che è molto facile manipolare e orientare a fini resi pubblici, ma allo stesso tempo ha anche messo in evidenza che i metodi usati da Cambridge Analytica non si discostano poi di tanto da quello che quotidianamente il cosiddetto capitalismo della sorveglianza fa con i nostri dati personali.«I dati sono estratti dalle nostre vite - scrive Shoshana Zuboff sul“ Financial Times ”- senza che ce ne accorgiamo. Negli Stati Uniti i respiratori usati dalle persone che soffrono di apnea notturna passano i dati alle compagnie di assicurazione sanitaria, spesso per permettergli di non pagare eventuali risarcimenti. Alcune app per il cellulare registrano la posizione dell'utente ogni due secondi e la rivendono a terzi. (…) I capitalisti della sorveglianza producono asimmetrie profondamente antidemocratiche nella conoscenza e nel potere che ne scaturisce. Sanno tutto di noi, ma i loro sistemi sono concepiti in modo che per noi sia impossibile conoscerli.Prevedono il nostro futuro e configurare i nostri comportamenti, ma per gli interessi economici di altri ». Il Nuovo Capitale che opera attraverso le nuove tecnologie della comunicazione gestisce già i nostri dati come fossero merce, organizzandoli in maniera profonda antidemocratica; pertanto è facile immaginare quali potrebbero essere i risvolti qualora un occuparsi dei big data fossero le organizzazioni governative, che potrebbe essere facile da dimostrare che tali informazioni sono necessarie per garantire la sicurezza del proprio Paese. Consentire il monitoraggio degli spostamenti degli individui e l'accumulo di informazioni private su liberi cittadini, anche se per fini importantissimi come il contenimento di un'epidemia mortifera, grande fratello di Orwelliana memoria. E se il modello coreano sembra difficilmente esportabile proprio per le intrinseche caratteristiche tecnologiche dello stato del sud-est asiatico, questo non ci mette al riparo da quello che ci appare oggi come una palese rinegoziazione del diritto alla privacy in nome di uno stato di necessità. Non a caso mentre il governo italiano pensava ad un'app che mettesse d'accordo il controllo dei contagiati con la privacy, il vice presidente della regione Lombardia, Icardi aveva già chiesto e ottenuto dai gestori telefonici un numero imprecisato ma rilevante di dati di traffico telefonico di cittadini lombardi o persone viventi nel territorio della Regione, incrociandoli con dati di altri interessati, prevalentemente risultati positivi al test sul Covid-19, giustificando l'azione come una verifica per constatare se e in che misura le ordinanze del Governo e della Regione impattavano sui comportamenti dei cittadini. Tutto questo lascia presagire che lo scenario che si prospetta di fronte a noi, anche quando la pandemia sarà finita e la vita tornerà ad essere tranquilla, vedrà la possibilità del tracciamento digitale come una delle azioni più praticabili ogni qual volta sarà necessario avere informazioni non solo sui contagiati, ma anche sulle persone immuni e su quelle guarite, quindi in pratica su ciascuno di noi. 

La parola chiave che consentirà il ricorso alla limitazione, se non addirittura alla sospensione, del diritto alla privacy ogni qual volta si verificheranno le condizioni opportune, è proprio lo stato di necessità, ovvero quella particolare condizione dell'agire umano che il filosofo Giorgio Agamben ha Definito venire Stato di eccezione , ribadit o recentemente proprio in occasione dei primi decreti Governativi volti al contenimento dell'epidemia: « Lo Stato di eccezione si Presenta venire la forma legale di ciò che non può avere forma legale. D'altra parte, se l'eccezione è il dispositivo originale attraverso cui il diritto si riferisce alla vita e la include in sé attraverso la propria sospensione, allora una teoria dello stato di eccezione è condizione preliminare per definire la relazione che lega e, insieme , abbandona il vivente al diritto ». Lo stato di eccezione - afferma Agamben - si presenta come una sorta di terra di nessuno che si è creato tra l'ordine giuridico e la vita, una sorta di sospensione degli ordinamenti costituzionali o addirittura delle libertà personali, allorquando sorge uno stato di grande necessità . Non a caso gli esempi che il filosofo porta nella sua argomentazione sullo stato di eccezione sono il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato promulgato da Adolf Hitler nel 1933 e l'Ordine militare emanato da George Bush il 13 novembre 2001, all'indomani dell'attacco alle torri gemelle. In entrambi i casi la creazione di uno stato di emergenza finì con il giustificare non solo la sospensione delle libertà individuali, ma anche la scrittura radicale di ogni statuto giuridico, producendo persone inclassificabili dal punto di vista del diritto, come lo furono gli ebrei nella Germania nazista ei prigionieri talebani catturati in Afghanistan; veri e propri detenuti in maniera indefinita in quanto sottratti sia alla legge che allo stesso controllo giudiziario.Agamben muove la sua riflessione proprio dal pensiero di Carl Schmitt sulla dittatura, in particolare dall'analisi e dalla constatazione che le forme di governo totalitarie non vengono mai a creare in opposizione alle democrazie, a giungere alla loro sospensione temporanea. Secondo Schmitt il momento della dittatura è autonomo, ma non alternativo, rispetto alle norme costitutive di uno Stato democratico, pertanto quando tali norme vengono sospese, esse non cessano di rimanere in vigore. Lo stato di eccezione non è altro che il momento in cui avviene la separazione della norma dalla sua applicazione, affinché la dittatura possa essere fondamentale che la norma continui sia vigere pur nella dimensione della sua sospensione.Per questa ragione la dittatura non è la negazione della democrazia, ma una delle sue possibili evoluzioni, se non addirittura il momento estremo nel quale «i due elementi del diritto mostrano la loro intima coesione». L a dimostrazione sta nel fatto che le azioni del potere totalitario anche se avere una durata più o meno estesa, tuttavia non trovandosi in opposizione con la struttura politica democratica, prevede anche il ritorno alla democrazia. Un caso emblematico possiamo trovarlo nella dittatura della Spagna franchista che ebbe fine con la morte del dittatore, Francisco Franco, allorquando il re Juan Carlos I traghettò il paese verso la democrazia, in quelli che sono stati definiti i tre anni della Transizione spagnola, ovvero dalla morte di Franco avvenuta il 20 novembre 1975 all'entrata in vigore della Costituzione del 29 dicembre 1978. E qui è utile aggiungere che, secondo Schmitt, un ruolo decisivo nel passaggio dalla democrazia alla dittatura viene svolto proprio dai mezzi di comunicazione, perfettamente funzionali alla manipolazione delle masse e al controllo dell'opinione pubblica; a tal riguardo è sufficiente ricordare il ruolo strategico, strutturale e profondamente invasivo che la propaganda assunse nelle dittature totalitarie dello scorso secolo. Ma a cosa corrisponde oggi il diritto alla libertà di pensiero e di espressione? Quale analogia intercorre tra il diritto negato dalle dittature del secolo scorso e l'attuale declinazione di libertà? Potremmo affermare che, anche se nella grande maggioranza dei paesi del mondo sono forti e consolidati i valori di libertà e democrazia, oggi il pericolo è legato alla perdita della nostra privacy.A tal proposito Edward Snowden ha scritto: «La libertà di un paese si può misurare soltanto in base al rispetto verso i diritti dei propri cittadini, e io credo che tali diritti rappresentino delle restrizioni al potere dello Stato, perché stabiliscono fin dove può spingersi un governo senza invadere quel territorio proprio dell'individuo che durante la rivoluzione americana era chiamato libertà, mentre nella rivoluzione di Internet corrisponde alla privacy ». Il caso di Edward Snowden, ex tecnico della CIA noto per aver rivelato la sorveglianza di massa del governo statunitense, dimostra che fu proprio lo stato di eccezione creata negli Stati Uniti sulla scia dell'11 settembre ad autorizzare la sospensione dei Diritti Costituzionali Informazioni relative alla privacy e, Soprattutto, del quarto emendamento della Costituzione degli stati uniti che Protegge le persone e le loro Proprietà da eventuali indagini da parte del Governo. Fu quindi a partire dal novembre del 2001 che Gli stati uniti, pur mantenendo valida la norma costituzionale , costruirono un sistema di controllo di massa basato un sull'accesso e la gestione dei dati sensibili di tutti i cittadini statunitensi. Di fatto dal 2001 al 2013, anno in cui si svolse la vicenda di Snowden, gli Stati Uniti adottarono una forma di 'dittatura' relativa appunto alla sospensione del diritto alla riservatezza; non a caso Snowden si considera e si è sempre dichiarato un patriota mosso da una ferma adesione ai valori di fedeltà della Costituzione Federale, un whistleblower che ha deciso di denunciare il tradimento perpetrato dal Governo nei confronti dei cittadini statunitensi. Infatti le sue rivelazioni sono state fornite esclusivamente a giornalisti, opportunamente selezionati, e non sono servite per un suo tornaconto personale, ma per informare le persone su ciò che veniva fatto nel loro nome e, soprattutto, su quello che veniva fatto contro di loro .

Consentire o meno alle nuove tecnologie di geo-localizzare i contagiati e gli immuni non può essere un aspetto circoscritto e visto solamente sotto l'obiettivo del raggiungimento del fine preposto, sul quale siamo tutti d'accordo, ovvero contenere il più possibile il diffondersi del virus e allo stesso tempo evitare di infrangere il diritto alla privacy, sconfinando in forme più o meno evidenti di dittatura del potere . La questione deve essere affrontata sotto il punto di vista di un'etica della comunicazione che pon ga un fondamento del discorso quel che Karl - Otto Apel ha definito come "una macroetica planetaria della responsabilità" ».È evidente a tutti che l'epidemia del Covid-19 ha messo l'umanità di fronte ad un bivio davanti al quale l'unica strada percorribile sarà quella della condivisione globale delle scelte e delle strategie; il virus non conosce Stati nazionali o confini, non può essere combattuto con strategie 'locali' ma solo se le misure saranno concertate e adottate pensando al mondo nella sua interezza e non più all'interno di ogni singolo Stato. In questa direzione torna di grande attualità il pensiero di Apel che teorizzò la fondazione di una vera e propria etica della comunicazione. Il filosofo tedesco giunse a tale considerazione nel 1992 riflettendo sull'altra grande sfida che l'uomo aveva e continua ad avere oggi davanti a sé e che, esattamente come il disastro del Covid-19, necessita di un progetto mondiale per essere affrontata e risolta: l'emergenza ecologica. Entrambi gli aspetti, l'emergenza epidemiologica e la catastrofe climatica, si pongono come problemi che devono essere gestiti attraverso un nuovo metodo di contrasto, ma per fare occorre prima di tutto fondare un'etica della responsabilità planetaria. Scrive Apel: «i problemi di una macroetica planetaria della responsabilità , che a mio avviso si impongono oggi nonostante la 'complessità' della situazione - anzi proprio in considerazione dei 'vincoli sistemici' - non possono certo venir risolti solo sulla base della tradizionale morale individuale e dell'etica tradizionale delle virtù (MacIntyre 1985) nel quadro delle consuetudini dell'eticità sostanziale (Hegel) delle diverse forme socioculturali di vita. Dalla prospettiva di questi utilizzati morali o etici, tramandati dal passato, l'esigenza di un' etica della responsabilità per il futuro, così come posta da Hans Jonas, non può apparire come un "utopismo della responsabilità", il quale caricherebbe il singolo, cui la responsabilità è imputata di richieste cui egli non potrebbe mai corrispondere. In breve, ne risulta un comprensibile, ma pericoloso, senso di impotenza dinanzi ai nuovi problemi derivanti dalla responsabilità collettiva per le conseguenze delle attività collettive ». La teoria di Apel ha come fondamento il primato etico della comunicazione intesa come strumento capace di creare comunione e quindi comunità, in questa direzione è evidente il ruolo che Internet può assumere, oggi che la diffusione della Rete è capillare e tocca ogni casa, ogni famiglia. Internet offre una splendida opportunità per volgere le straordinarie potenzialità della comunicazione digitale globale verso la costruzione di una macroetica planetaria delle responsabilità, nelle sue declinazioni di partecipazione, collaborazione e vera condivisione . A tal proposito si pensi a come la scuola, durante i momenti più difficili dell'epidemia, sia comunque riuscito a continuare la sua funzione di educazione e istruzione grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, riuscendo nel ruolo importantissimo di creare e consolidare comunità e appartenenza. Nei mesi di reclusione forzata milioni di studenti hanno potuto continuare i loro studi, sentendosi parte di una collettività e di una comunità educante, e così facendo, non si sono sentiti isolati o addirittura abbandonati; anche se purtroppo rimane aperto il problema della connessione, visto che in Italia il trenta per cento degli studenti non è riuscito a seguire adeguatamente le lezioni on line. E qui si ripropone il discrimine relativo alle possibilità economiche delle famiglie che non hanno collegamenti alla Rete o che magari devono dividere un unico tablet tra più figli, in questa direzione è stato ribadito dal Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, che il diritto alla connettività deve diventare un diritto costituzionale, visto che la Costituzione italiana prevede la partecipazione dei cittadini all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese; ed oggi lo strumento più efficace per garantire tale partecipazione è Internet. Emerge quindi con forza la prospettiva che l 'umanità sia davvero di fronte a un bivio: potremmo scegliere di utilizzare la Rete ei Social Media per creare una sorta di Stato di polizia, nel quale il gioco gioco facile gli haters, i delatori di ogni sorta e l'occhio vigile del controllore , oppure vedere questi nostri tempi maturi per un nuovo modo di pensare e utilizzare la comunicazione che andrebbe colta e fondata prioritariamente nel suo aspetto etico, ovvero nella fondazione di «una morale universalmente valida della cooperazione non parassitaria nella soluzione dei problemi dell'umanità, ovvero una morale della corresponsabilità per le conseguenze delle attività collettive degli uomini ». La Rete può e deve essere, proprio per il suo sviluppo capillare e tuttora in forte espansione, lo strumento attraverso il quale sia possibile realizzare una cooperazione finalizzata a risolvere i problemi scaturiti dalle attività collettive degli uomini; verso cui possono sussistere solamente responsabilità collettiv e . O ccorre ripartire proprio da questo splendido sogno che comporta dialogo, vera condivisione e soprattutto l'accettazione dell'altro-da-noi come parte essenziale nella costruzione di un mondo nuovo, nella consapevolezza che, ora più che mai, solo una necessaria utopia potrà salvarci.