giovedì 19 marzo 2020

Il dono perverso


Honoré Daumier, Tiens peuple, tiens bon peuple


Stiamo a casa, confinati nelle stanze a condividere un tempo che riacquista un senso e una densità nuova e inaspettata. Il virus che ci impone il ritiro dal mondo, allo stesso tempo ci apre ad un altro mondo che, anche s’è fatto delle stesse cose con cui abitualmente agiamo, le colora di sfumature diverse. Stiamo a casa e siamo costretti a ridisegnare le nostre abitudini, sopportare le nostre idiosincrasie e ritagliare spazi personali che finiscono con l’essere inevitabilmente luoghi mentali. Un rifugio forzato, forse un nascondiglio dove poter tornare a noi stessi coltivando quello che i latini chiamavano otium e che ‘ozio’ non era, poiché era tempo in cui ci si dedicava alla casa, al podere o agli studi e da qui per estensione divenne l’attività letteraria. Eppure in questo isolamento non siamo mai del tutto soli, perché anche qui siamo invariabilmente raggiunti dalla società pornografica che ci ricorda che dobbiamo continuare a produrre, a lavorare per sostenere e per alimentare il Nuovo Capitale.

Il primo segnale mi giunge da Candy crash che m’informa che potrò giocare senza limiti, vite infinite, che per uno come me cresciuto negli Ottanta è un paradosso vicino alla fisica quantistica; e poi uno dopo l’altro ecco arrivare i doni del mondo dell’intrattenimento: Sky apre tutti i pacchetti (sport e calcio per tutti), Mediaset ripropone la saga di Harry Potter e ancora, tra buonismo e munificenza, s’inaugura una gara a chi dà di più, a chi regala ebook o solamente sconti, i più tirchi. Si sa che il marketing deve essere principalmente flessibile e cogliere opportunità dove si manifesta la desolazione, perché una crisi è sempre un momento di passaggio, o più propriamente un passare attraverso, quindi non è poi così importante potere superare un momento più o meno lungo di difficoltà, quanto piuttosto il modo con cui tale crisi si supera. Credo che sarà difficile far finta di niente quando tutto questo sarà finito, sarà difficile dire a noi stessi che tutto sarà come prima e tornare ad essere sempre gaiamente impreparati.

Vedere un’opportunità in una crisi è il lavoro che svolge quotidianamente il capitalismo che, esattamente come Crono, si nutre dei suoi stessi figli trasformando quello che genera in cibo per perpetrarsi e affermarsi come unica e indiscussa divinità. Ed ecco allora l’atto del donare che, nella sua apparente gratuità, pretende invece un corrispettivo morale e materiale. Nel poter vedere di più, possiamo contemplare le forme dello spettacolo e dell’intrattenimento nell’illusione perfetta della gratuità, ma è un omaggio che prevede il nostro stare di fronte all’epifania delle immagini, poiché interagendo con i dispositivi elettronici o sui Social Media, non facciamo altro che aumentare il traffico di dati in Rete e gli ascolti per l’industria televisivaPerché su una cosa occorre subito fare estrema chiarezza: un'immagine oggi non è solamente un'immagine, qualsiasi rappresentazione figurativa (video o immagine) che ci passa davanti agli occhi è, prima di ogni altra cosa, una merce, un prodotto che nel medesimo tempo produciamo e acquistiamo. Dunque 'poter vedere' di più è un dono perverso che permette al Nuovo Capitale di monitorarci, un vero e proprio lavoro, in quanto il nostro guardare e interagire in Rete produce di fatto ricchezza che si crea quando noi tutti spettatori spostiamo il nostro sguardo da un contenuto ad un altro, posizionando i nostri ‘mi piace’ e i nostri commenti, condividendo e lasciando che altri sguardi insieme ai nostri finiscano con il collocarsi al loro posto nella catena di montaggio del vedere. Siamo contati in ogni singolo cambio dello sguardo su un nuovo contenuto, sia esso un post curioso o l’ennesima replica di un film di successo, e i numeri che noi stessi creiamo servono per vendere a un prezzo più alto la pubblicità. Ed è questo il modo con cui ricambiamo il dono perverso della società pornografica, lo paghiamo con il nostro tempo passato davanti ad uno schermo. Uno scacco matto che ci vede nell'illusione di comsumare, mentre in realtà siamo gli ignari lavoratori: guardiamo e guardando produciamo ricchezza per il Nuovo Capitale che ci vuole fedeli e instancabili spettatori.

Nell’Antico Regime era consuetudine in occasione di feste o anche festeggiamenti privati, come nascite o matrimoni, elargire cibo o addirittura monete d’oro al popolo sotto forma di lanci dalla finestra di casa o dalla carrozza, rendendo di fatto manifesta la verticalità del dono. Naturalmente più il nobile che elargiva era in alto nella piramide sociale, più grande doveva essere l’elargizione tant’è che, ad esempio, quando nel settembre del 1751 nacque un figlio al Delfino di Francia, vi furono feroci tumulti per afferrare le monete gettate al popolo che era affamato e disperato. L’atto di donare, quando viene dall’alto in modo sfarzoso e scenografico, manifesta superiorità e l’implicita accettazione della subalternità di chi riceve. E non ultimo la semplice e amara constatazione che le poche monete raccolte dal popolo non cambiavano minimamente la condizione d’indigenza delle masse, ma allo stesso tempo gettavano una luce di gloria perfetta sul nobile di turno. Il dono perverso è un movimento che restituisce più di quanto offre, nella perfetta illusione che vede proprio nel dare l’atto che consolida e rafforza la verticalità del potere e del comando. Il potere non assume più la forma del totalitarismo politico ma quella più perfetta e inattaccabile della dittatura del consumo, davanti alla quale siamo veramente tutti uguali, ovvero tutti democraticamente servi della società dello spettacolo.

giovedì 13 febbraio 2020

Joker



Nella scuola dei miei tempi esisteva solo il tema di italiano, non si poteva scegliere tra diverse tipologie come l’analisi del testo letterario, argomentativo o espositivo; venivano assegnate solo un paio di tracce su argomenti che potevano riguardare i massimi sistemi oppure in alternativa si poteva svolgere il fatidico e insidioso tema di attualità, che era quasi sempre mellifluo e scivoloso, perché se sostenevi una tesi precisa, finiva poi con il mancare nel testo una antitesi che il professore, guarda caso, maneggiava perfettamente. Inoltre si poteva finire con estrema facilità su posizioni radicali (da giovani è facile) oppure non essere sufficientemente informati su quelle precise tematiche, per cui alla correzione mi ritrovavo con puntuali annotazioni dell’insegnante che, in maniera implicita, m’invitava la prossima volta a scegliere un’altra traccia. Naturalmente aveva ragione l’insegnante, anche perché i miei temi di attualità si articolavano sempre allo stesso modo: qualsiasi fosse il problema da affrontare e sviscerare, alla fine delle argomentazioni e delle analisi era tutta colpa della società. Al tempo “la società” rappresentava per me un ordine simbolico perfetto, con cui potevo scaricare tutta la colpa a qualcosa che non si sapeva bene dove fosse e, soprattutto, non poteva difendersi.

Ho ripensato alla mia facile propensione nel dare la colpa alla società guardando “Joker” di Todd Phillips, perché in effetti ogni aspetto della vita di Arthur Fleck sembra costruito per far sì che il protagonista non abbia nessuna possibilità di salvezza, perdendo mano a mano ogni speranza e ogni possibilità di riscatto. Il protagonista è affetto da disturbi psichici, ma gli assistenti sociali non possono più somministragli i farmaci a causa dei “tagli” alla spesa pubblica; viene licenziato perché gli cade una pistola che teneva con sé perché era stato aggredito, mentre si stava esibendo in ospedale davanti a dei bambini; la madre, apparentemente suo unico punto di riferimento, si rivela essere una persona con gravi turbe psicologiche che per tutta la vita costruisce un castello di menzogne intorno alla fragile personalità del protagonista. Insomma la deriva morale di Arthur avviene suo malgrado, come se la scelta di abbracciare la sua ombra, accettando l’idea che uccidere in fondo non è niente, fosse ineluttabile. Arthur si trasforma in Jocker in quanto abbandonato da tutto e tutti, perché «la parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi». Ed ecco svelato il vero volto della “società”: la società sono le persone, ovvero ciascuno di noi con la precisa responsabilità morale di dover fare ogni giorno la scelta giusta. In questa direzione Joker è un film politico nell’accezione più ampia del termine, perché restituisce la responsabilità di quel che accade alla volontà degli uomini che possono determinare il migliore o il peggiore dei mondi possibili. E infatti la discesa agli inferi di Arthur sembra solo apparentemente coincidere con le sommosse dei cittadini di Gotham, stanchi di vivere in una città in mano alla criminalità; in realtà Joker viene ad essere il coagulante dell’odio e della violenza sociale, egli è al contempo causa ed effetto, idolo involontario e quindi come ogni eidolon che si rispetti, forma e figura della realtà sociale. Non a caso la maschera di Joker è il simulacro che afferma senza dubbi: «Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io che cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti».

In questa direzione è interessate provare a collegare il film di Todd Phillips con Taxi driver di Martin Scorsese, e non solo per le due eccelse interpretazioni di Joaquin Phoenix per Joker e di Robert De Niro per il tassista alienato e disadattato, ma soprattutto per il modo in cui i due protagonisti partendo da posizioni marginali, finiscono per assurgere a immagine e simbolo dell’indignazione popolare. Loro malgrado sia Joker che il taxi driver vengono presi a modello dalla gente, tuttavia se dietro al tassista c’è una sorta di volontà purificatrice (sia pur malata), per cui il desiderio del protagonista è di ripulire la città dall’ipocrisia e dalla criminalità, non a caso egli parla dei suoi propositi come di una “missione”; Joker invece sembra vivere ogni cosa dentro la sua devastante e personale psicosi che non ha finalità se non quella di consumarsi in una violenza fine a se stessa. Entrambi sono sintomi della patologia mortale che attanaglia periodicamente l’umanità, ma nel caso di Joker c’è un salto di qualità poiché questa volta il sintomo coincide con la malattia: ovvero quello che non riusciamo o non vogliamo capire e quindi non siamo in grado di rimediare o prevenire appare e si manifesta come qualche cosa con cui non ci identifichiamo. Joker siamo noi, il nostro lato oscuro assunto a capro espiatorio, il folle, l’emarginato, il diverso. Pertanto Joker non può morire non tanto perché è il nemico di Bat Man, ma in quanto nemesi assoluta di ciascuno di noi, ovvero immagine dell’ordine simbolico che continuiamo a chiamare società.

martedì 11 dicembre 2018

Negativa




«Ciò che vedo (nella fotografia, ndr) è che io sono diventato Tutto-Immagine, vale a dire la Morte in persona: gli altri – l'Altro – mi espropiano di me stesso, fanno di me, con ferocia, un oggetto»
(R. Barthes)

L'ultimo lavoro di Alessandro Baronciani s'intitola Negativa ed è un'opera che, nonostante la forte caratterizzazione data dal genere letterario, presenta tutta una serie di rimandi e allusioni che spingono a collocarla su un diverso piano narrativo, più articolato e profondo rispetto alla struttura della vicenda raccontata. La storia è più vicina all'horror piuttosto che al genere hard-boiled o al thriller alla Dario Argento (quello più avvincente e originale della trilogia degli animali), eppure a mano a mano che la lettura procede ci accorgiamo che la narrazione racchiude altri significati, aprendo inediti percorsi di senso. In questa direzione è interessante vedere come sia proprio il procedimento metonimico a costituire la struttura della grapich novel, sia dal punto di vista del segno grafico sia per quanto concerne la parte relativa alla drammaturgia. In particolare è proprio la causa per l'effetto a muovere la corsa dello sguardo, come ad esempio nella pagina “tagliata” che indica una ferita da foglio di carta oppure nelle inserzioni delle alette interne che triplicano le pagine, sviluppando ogni volta diverse e originali impaginazioni; e da questo punto di vista la lettura di Negativa sorprende ogni volta che si gira una pagina.

Nel libro la scelta stilistica del bianco e nero rimanda di fatto alla coppia oppositiva e complementare di luce e buio e, per estensione, alla metafora di bene e male la cui lotta, se da un lato è utilizzata per sviluppare la trama e l'intreccio, dall'altro lato sposta il punto di osservazione proprio sul ruolo di medium della fotografia; intesa proprio come scrittura con la luce, espressione artistica che solamente dieci anni fa necessitava di un passaggio da un momento negativo, rappresentato dalla pellicola, ad un secondo tempo positivo, sintetizzato dalla stampa finale. La riflessione si sposta sull'immagine fotografica e su quel suo essere oggi privata del momento formale e costitutivo, ovvero dello sviluppo della stampa. Non a caso i nostri tempi vedono la fotografia come un atto istantaneo e pulsionale, un prodotto di una delle numerose applicazione degli smartphone che vive solamente poche ore sulle bacheche dei Social Network. La fotografia sembra aver perduto la sua fase di latenza, quel sonno abbandonato nella vasca dello sviluppo fotografico che era anche momento di riflessione e di determinazione dello sguardo per il taglio finale dello scatto. Se è vero che oggi è possibile modificare profondamente l'immagine applicando centinaia di filtri alla fotografia digitale, appare altresì perduta definitivamente l'attesa della nascita della fotografia, il suo farsi forma ed equilibrio di luce e di ombra. In questa direzione è illuminate ricordare quello che affermava Giacomo Leopardi nel pensare l'attesa come desiderio puro della felicità, in quel suo essere sempre passato o futuro, e mai presente.

Ed è proprio questa riflessione che sembra legare Negativa con il precedente lavoro di Alessandro Baronciani, ovvero con Come svanire completamente; infatti se in questo nuovo libro la storia nasconde la riflessione sull'immagine, piegandola alle ragioni della narrazione, nell'opera del 2017 è proprio l'immagine, o meglio la scelta della narrazione per immagini a prevalere sulla vicenda e sulla storia. Infatti quella morte che lega gli snodi della narrazione in Negativa è la stessa che la fotografia rivendica allorquando cristallizza la realtà, operando quel processo di mortificazione che sempre lo scatto fotografico trasforma da soggetto in oggetto, inquadratura, fotogramma. Come l'alter ego malvagio di Stella vive nello spazio che separa il sogno dall'incubo, così la sirena in Come svanire completamente abita nella linea sottile che divide la realtà dall'immaginazione, il luogo senza tempo del mito dalla vita di tutti i giorni. Per questa ragione i due ultimi lavori di Baronciani, pur essendo lontanissimi l'uno dall'altro, sembrano dialogare insieme in un movimento a spirale in cui testo e immagine si fondono e si confondono, lasciandoci in quello spazio liminale nel quale il testo verbale e non verbale non possono fare più a meno l'uno dell'altro; come il bianco e il nero, la luce e l'ombra.


domenica 21 ottobre 2018

Le cose con il loro nome



In Attraverso lo specchio, Alice incontra un uovo del tutto simile ad un essere umano che intrattiene con la protagonista un lungo dialogo. Leggiamo: «Questa è gloria per te! - Non capisco cosa intenda per “gloria”, - disse Alice. Humpty Dumpty sorrise sprezzantemente . - È naturale che tu non capisca... finchè non te lo spiegherò io. (…) - Quando io adopero una parola, - disse Humpty Dumpty, in tono piuttosto sdegnoso, - significa esattamente ciò che io voglio che significhi... nè più, nè meno". - La questione è, - disse Alice, - se lei può fare in modo che le parole significhino le cose più disparate. - La questione è, - disse Humpty Dumpty, - chi è che comanda».

Sappiamo infatti che alcune parole hanno una valenza positiva contro altre che racchiudono un senso specificatamente negativo. Sviluppo, crescita, tecnologia, flessibilità, ristrutturazione hanno un implicito assunto positivo, mentre parlare di precariato, rallentamento, scelte radicali, licenziamenti ci portano a considerare le notizie in maniera negativa. Ma quanta differenza c’è tra flessibilità e precariato? Non sono spesso modi diversi per dire la stessa cosa? Senza ombra di dubbio possiamo affermare che risanare un'azienda ha una connotazione positiva, eppure sottintende quasi sempre a licenziamenti e dismissioni. Esistono poi parole “inattaccabili”, ovvero quei termini che sostituiscono il significato vero con un altro più accettabile. Ad esempio definire una bomba “intelligente” significa spostare l’idea della morte e della distruzione nell’ambito semantico dell’efficienza e del controllo: chi può dubitare o aver timore di un meccanismo “intelligente”. La bomba è stata umanizzata, assicurandoci un risultato pulito e asettico, quasi “chirurgico”. I “danni collaterali” prodotti inevitabilmente da una bomba sia pur “intelligente” sono quindi di gran lunga preferibili rispetto alle cronache di civili morti dopo un bombardamento. Se poi a perpetrare l’eccidio sono “forze dell’ordine in operazioni di polizia internazionale”, allora si è molto più tranquilli con la propria coscienza rispetto alla notizia che un esercito di uno Stato straniero ha bombardato una città.

Recentemente il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva informazioni sul condono varato con l'ultimo documento di finanza pubblica, di non chiamarlo condono, ma “pace fiscale”; più precisamente ha detto di chiamarlo in qualsiasi modo, ma non condono. L'altra misura importante che sarà attuata a partire dal prossimo anno e che, di fatto, ha trascinato alla vittoria elettorale il M5S è il “reddito di cittadinanza”, che non è un reddito di cittadinanza, ma un salario minimo garantito, ovvero una cifra variabile che andrà a integrare un sussidio non superiore a 780 euro a persona. Infatti il richiedente dovrà ottemperare a tutta una serie di regole e criteri che, qualora non fossero rispettati, ne farebbero decadere il diritto. A vedere bene si tratta un sussidio di disoccupazione, ridefinito e riformulato su qualcosa che c'era già, ovvero sulla base del REI, il reddito di inclusione. Dunque il reddito di cittadinanza è un nuovo sussidio di disoccupazione che, se è vero che da una parte si applica anche alle pensioni minime, dall'altra esclude tutta una serie di nuovi individui che, anche se provenienti da stati stranieri, nel tempo sono riusciti a integrarsi e a diventare cittadini italiani a tutti gli effetti: a guardar bene siamo di fronte alla solita, ennesima, guerra tra poveri. Al di là dell'orientamento politico di ciascuno di noi e soprattutto non potendo prevedere nessuno quali saranno le conseguenze e le ripercussioni di questa manovra di governo, è interessante riflettere sulle modalità linguistiche e sul fondamento del discorso che muovono i nuovi governanti. Alla base di ogni discorso, di qualsiasi annuncio o proclama c'è sempre la semplificazione e la traslazione nella categoria oppositiva puro/impuro che, per estensione, diventa ogni volta una sorta di: “tutto quello che facciamo è giusto e, se sbagliamo, non l'abbiamo fatto con intenzione”. Tale assioma si scontra puntualmente con gli altri che vengono descritti come il luogo di ogni male e che, di contro, "tutto quello che fanno è sbagliato o corrotto". Si sa che la propaganda viene utilizzata da tutti gli schieramenti politici, c'è sempre stata e sempre ci sarà, ma quello che colpisce sta nel fatto che oggi non c'è più bisogno di entrare nel merito delle parole perché è importante, più di ogni altra cosa al mondo, difendere con ogni mezzo la propria bolla di contenuti, informazioni e posizioni politiche. Al di là dell'appartenenza politica, in questi tempi che sono stati definiti come l'epoca del presunto superamento dell'ideologia, sorge incontrastata la peggior forma di ideologia, ovvero quella che non contempla né prevede l'alterità del pensiero. La desolazione che sorge di fronte ai nostri occhi altro non è che una sorta di morte dell'anima che si perpetra dentro i nostri narcisistici ordini simbolici.

Per questa ragione gli scambi di opinioni e il confronto sulle differenti posizioni politiche, tutte legittime in democrazia, avvengono oggi nella Rete e nei Social sotto forma sub umana degli haters, persone (o meglio accountpronti a denigrare ancor prima di argomentare, solerti nell'attaccare ancor prima di cercare di capire le ragioni degli altri. La violenza digitale viene ogni giorno sdoganata da video, immagini e post in cui non si discute ma si attacca utilizzando ogni forma di odio: dai toni più rabbiosi a quelli più sottili che utilizzano l'ironia e il sarcasmo. Ovunque si afferma il linguaggio di Humpty Dumpty che altro non è che il linguaggio dello stesso potere; un potere che desidera che non esistano più gli avversari, ma solamente i nemici.

domenica 3 dicembre 2017

Anche gli uccelli uccidono


Tomorrow see the things that never come
(N. Young, Birds)

Nel 1970 Robert Altman dirige il film “Brewster McCloud”, in Italia uscito con il titolo “Anche gli uccelli uccidono”. La vicenda descrive il sogno di un giovane, impegnato a costruire un macchina che gli permetta di volare. Accanto a lui c'è la giovane Lousie che, anche se condivide il suo sogno e lo ricambia, ha deciso che non si concederà sessualmente a lui finché il loro progettto non si sarà realizzato. La relazione con Louise si interromperà quando Brewster avrà un rapporto con la giovane Suzanne. Dunque c'è un sogno vincolato a un patto di castità che si spezza quando quella purezza viene meno: volare preclude leggerezza, assenza di corporeità, sguardo rivolto al cielo, mentre il richiamo del piacere sessuale conduce verso il basso e distoglie la vista da quel loro ideale. Nel frattempo nella storia avvengono misteriosi omicidi, tutti legati da un comune denominatore, infatti continuano a morire tutte le persone che, per un motivo o per un altro, si frappongono tra Brewster e la realizzazione del suo progetto. Saranno solamente le parole di Suzanne che, ascoltata la confessione degli omicidi da parte di Brewster, condurrà la polizia all'interno dell'Astrodome dove il giovane tenterà fallendo il volo e si schianterà al suolo.

Paradossalmente nella vicenda gli omicidi non si configurano come crimini efferati, mentre l'abiura dal patto di purezza conduce il protagonista al fallimento dello scopo e alla morte. Brewster personifica di fatto il sogno fallito di un'intera generazione che aveva riposto negli ideali di amore, pace e fratellanza le basi per la costruzione di una nuova era. Infatti tra il 1968 e il 1969 quel sogno che sembrò davvero realizzarsi, s'infranse e precipitò: si dissolse nell'omicidio di Sharon Tate, uccisa il 9 agosto 1969 dai seguaci di Charles Manson, convinti di poter far esplodere una rivoluzione contro la società borghese e capitalista; si dissolse nell'immondizia lasciata dal festival di Woodstock, tenutosi tra il 15 e il 18 agosto 1969, in cui, all'apice della diffusione della cultura hippie, si affacciò per la prima volta l'idea che dietro a quel mondo ci poteva essere anche una montagna di denaro.

Il film di Altman riflette sulla perdita della purezza di quel mondo giovanile piuttosto che sulla sconfitta avvenuta per l'opposizione degli ambienti conservatori della società. Il fallimento di quel sogno, racchiuso nella metafora del volo, ebbe più cause interne che esterne, poiché la sconfitta di quella visione generazionale avvenne non tanto per la repressione della polizia e dell'esercito, quanto piuttosto per l'accettazione dei medesimi meccanismi economici degli oppositori, ovvero quando i figli dei fiori introiettarono le stesse dinamiche finanziarie di scambio e di produzione dei loro padri. In questa direzione, in "Anche gli uccelli uccidono", accettare la relazione con Suzanne da parte di Brewster compromise irrimediabilmente il patto con Louise, facendo venire meno il sostegno utopistico che reggeva il sogno del volo e, allo stesso modo, la generazione del '68 scegliendo la lotta armata e lo scontro omicida (si consideri che i Weatherman si costituiscono nel 1969) non condusse due schieramenti inconciliabili alla guerra, ma al fallimento della generazione del sessantotto che, nata per essere geneticamente diversa da quella dei padri, finì con il divenire l'altra faccia della stessa medaglia.

Poco dopo l'uscita di “Anche gli uccelli uccidono” morirono Jimi Hendrix, il 18 settembre e Janis Joplin il 4 ottobre 1970, mentre l'escalation della lotta armata iniziò di lì a poco, tanto che nel 1970 i Weatherman pubblicarono una “dichiarazione di guerra” contro il governo degli Stati Uniti. Fu l'inizio di una stagione nata già morta, finita nell'attimo esatto in cui nacque, sconfitta nel preciso momento in cui cominciarono ad esplodere le bombe e a morire persone innocenti. Forse per questo in “Pastorale americana” Philip Roth, a proposito di quel sogno infranto, disciolto nel terrorrismo, fa pronunciare alla giovane protagonista, che aderisce alla lotta armata, queste parole: “capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”.

mercoledì 19 aprile 2017

Elogio della noia

La noia non è altro che una mancanza del piacere,
che è l'elemento della nostra esistenza,
e di cosa che ci distragga dal desiderarlo
(G. Leopardi)

A volte incrociare i dati e le conclusioni delle ricerche universitarie produce nuove consapevolezze, ci si trova improvvisamente di fronte a un punto di vista inedito che porta a sintesi inaspettate, a volte illuminanti. È il caso del risultato dello studio del dipartimento di scienze sociali della Rutgers University del New Jersey che ha stabilito che l'80% dei post che appaiono sui Social media riguardano esperienze vissute nel momento stesso in cui vengono pubblicate. In sostanza vi è una forte tendenza a far coincidere le nostre emozioni, ciò che proviamo quotidianamente, con la condivisione in rete, come se il filtro della nostra coscienza non fosse più dentro di noi, ma all'esterno, ovvero sulle timeline dei principali Social network. Affidiamo sempre più a Internet il compito di rielaborare i moti del nostro animo, soprattutto attraverso la gratificazione dei “mi piace” e dei commenti. A ciò possiamo aggiungere lo studio della prestigiosa Harvard, che ha stabilito una forte correlazione tra il compiacimento prodotto dalle nostre apparenti interazioni in rete con il rilascio da parte del cervello di dopamina: la stessa che si manifesta quando assaggiamo del buon cibo, pratichiamo sesso o ci sottoponiamo ad un soddisfacente esercizio ginnico e sportivo.

La conclusione appare evidente, cerchiamo (e troviamo) nella rete e nei social media quella gratificazione fisica, ancor prima che psicologica, che ci permette di sopportare la frustrazione della noia e dell'attesa. Quello sguardo che posiamo su ciò che accade sugli schermi dei nostri smartphone ha a che fare con il piacere rilasciato dai nostri neurotrasmettitori cerebrali, poiché condividere pubblicamente un'emozione viene ricompensato dal nostro cervello con la somministrazione di un piccolo godimento, una breve scarica elettrica di piacere. Quindi apparentemente nei Social cerchiamo gli altri, sotto forma di comunicazione e di condivisione, mentre in verità creiamo uno sguardo speculare che cerca e insegue solamente noi stessi, la nostra immagine. Si parla sempre più diffusamente di narcisismo digitale, ma non si riflette sul corollario che dal compiacimento verso noi stessi conduce verso la fuga dal tedio, visto sempre più come zona morta, da “riempire” ad ogni costo con qualsiasi cosa, di qualsiasi tipo. Non resistiamo più di fronte all'attesa, non sopportiamo più la contemplazione del vuoto: tutto deve correre e scorrere, anche senza senso e direzione, pur di evitare il silenzio e la noia. Quando i guru del marketing compresero che ci doveva essere musica ovunque, perché ciò rendeva più facile le transazioni commerciali, non si resero conto che non era tanto il piacere di una bella canzone che predisponeva all'acquisto, quanto piuttosto la distrazione che essa provocava nonché lo scivolamento verso le emozioni. Ed infatti quando smettiamo di pensare e ci abbandoniamo alla dittatura dei sensi, diventiamo tutti fragili prede.

La noia è vitale e salvifica, ci permette di scendere e scavare dentro di noi, piuttosto che scivolare sulla superficie delle cose che accadono. L'attesa dunque non è solo una porzione di tempo che intercorre tra due eventi, ma è uno spazio fisico, una stanza che abitiamo e in cui riconosciamo noi stessi. Dentro la noia non c'è solo la privazione del piacere, bensì la ricerca dell'essenza, chi sceglie quello spazio liminale dove non si è continuamente sollecitati come in un luna park, sceglie di abitare se stesso ancor prima della propria immagine. La noia è il silenzio, l'attimo necessario che precede una finestra che si apre, l'aria che entra e lo sguardo che ricomincia il suo viaggio. 

lunedì 11 luglio 2016

The floating piers, ovvero a che cosa serve l'arte?


Il 3 di luglio 2016 è stata smontata l'istallazione the floating piers di Christo and jeanne-claude. Dopo 15 giorni sono state circa un milione e mezzo le persone che hanno raggiunto Monte Isola da Sulzano, a piedi, camminando letteralmente sulle acque del lago d'Iseo. Un'istallazione tra le più riuscite in termini di visibilità per l'artista bulgaro-francese, di fatto un'opera d'arte al netto degli estimatori e dei critici, perché l'arte sa (e forse deve) essere anche un'ammaliante seduttrice, una raffinata prostituta. Ma da qualsiasi parte si osservi questo lavoro, non ci si può sottrarre dalla domanda più spontanea e per molti aspetti banale, ovvero: a che cosa serve oggi l'arte? Qual è il suo ruolo e in che modo contribuisce a costruire ancora il nostro immaginario?

Vedere The floating piers e le persone che l'affollavano ha provocato lo stesso stupore del bambino che al termine della fiaba “i nuovi vestiti dell'imperatore” pronuncia la frase: “il re è nudo”, scoprendo l'inganno che tutti i collaboratori del monarca avevano inscenato per non cadere sotto le ire del re. Perché il punto non sta tanto nel criticare o elogiare il lavoro di Christo, quanto piuttosto nel chiederci se sia opportuno che l'arte debba occuparsi solamente della ricerca della bellezza, dello stupore e della meraviglia, liberandosi dal peso di dover interpretare la contemporaneità, oppure se il suo compito debba essere altro, se la vocazione dei progetti artistici debba riguardare qualcosa di diverso, qualcosa di più vicino alla ricerca, all'interrogarsi sul senso e sulla direzione delle umane cose. È vero, se domani potessimo leggere sul giornale che un milione mezzo di persone hanno visitato un museo in quindici giorni, grideremmo tutti al miracolo e in effetti pochi hanno osato mettere in discussione il successo dell'istallazione di Christo. Eppure the floating piers sembra un'opera rivolta unicamente alla ricerca dell'emozione, della sensazione del “vedere l'effetto che fa”, declinata verso la ricerca di una condivisione sempre più perseguita in questi nostri tempi; quasi fosse un rito religioso, un mantra collettivo che si esprime nel poter dire di esserci o di non esserci stati. Non a caso anche l'impatto mediatico che ha accompagnato l'evento appare più vicino alle forme e alle dinamiche dell'intrattenimento di massa, con una comunicazione del tutto simile a quella usata per i parchi giochi. Del resto un milione e mezzo di visitatori in quindici giorni non sono numeri da sottovalutare, considerato anche che chi ha volutamente snobbato l'opera, criticandola per il forte impatto ambientale, non è poi andato molto distante da chi l'ha elogiata con toni misticheggianti. Di fatto chi ha denigrato the floating piers ha utilizzato le ragioni uguali e contrarie rispetto agli incensatori, ma nessuno si è chiesto come mai l'arte stia assumendo sempre più le forme dell'intrattenimento e della spettacolarità o, paradossalmente, stia sostituendo sempre più i modi e le forme delle pratiche religiose, come la necessità del rito collettivo, dell'ascesi mistica e catartica.

Il nemico dell'arte (se di nemico vogliamo parlare) non è tanto la massa, tradizionalmente sempre ben disposta a lasciarsi coinvolgere nelle emozioni collettive, quanto piuttosto la costante necessità di alzare la soglia dell'effetto speciale, cercando di sfiorare sempre più il limite di ciò che si può fare per un ulteriore grado di stupore; come se fossero solo la meraviglia e il traffico sui social le misure per stabilire se un progetto artistico ha funzionato oppure no. In definitiva se insieme alla bellezza non sorgono anche delle domande, come veri e propri demoni che portano sempre a interrogarsi e a produrre con urgenza delle risposte, allora forse sarebbe il caso di ricominciare a pensare la funzione stessa dell'arte, il suo ruolo nelle dinamiche della modernità. E questo non tanto per coltivare o incentivare uno spirito elitario o selettivo, quanto piuttosto per giungere alla consapevolezza che se l'arte non serve più a definire noi stessi, in relazione ai tempi che viviamo, allora forse è un'arte utile solo per quindici giorni, utile ad emozionarci solamente per un breve lasso di tempo e poi destinata a svanire nel nulla, ovvero nei selfie sorridenti scattati sulle floating piers.