mercoledì 7 ottobre 2020

Per un'etica della comunicazione universale


 Karl-Otto Apel

La sera del 23 marzo 2020, mentre l'Italia sprofondava nella più grave e profonda crisi da settant'anni a questa parte causata dal virus Covid-19, la ministra dell'innovazione Paola Pisana è apparsa in televisione per annunciare l'apertura del bando “Innova per l'Italia”. Nelle prime ore di apertura del bando giunsero al ministero 270 proposte, accolte with entusiasmo perché questo dispositivo prometteva di essere la soluzione per recuperare alle persone qualche libertà di movimento, grazie al controllo capillare dei contagiati. La ministra, nel presentare le caratteristiche relative al funzionamento dell'app, parlò esplicitamente di Big Data e quindi della possibilità di utilizzare la connettività, il digitale ei dati di geo-localizzazione.In quel momento l'Italia era il secondo paese al mondo, dopo la Cina, per contagi e vittime, il governo pensò bene di frenare la diffusione della pandemia utilizzando le nuove tecnologie della comunicazione e, in particolare, di individuare l'applicazione in grado di tracciare gli spostamenti dei contagiati e monitorare le loro attività.La modalità è abbastanza semplice in quanto il contagiato rilascia agli operatori sanitari i dati degli spostamenti personali che vengono registrati dallo smartphone negli ultimi 28 giorni, ricostruendo contatti e movimenti del paziente.E nonostante dal ministero si siano poi affrettati ad assicurare che tali dispositivi potrebbero funzionare anche salvaguardando la privacy delle persone, il dubbio di un utilizzo poco corretto dei dati personali è rimasto in essere. Di fatto possiamo parlare di una forma tecnologica di bio-sorveglianza,che ha avuto la sua applicazione più radicale nel modello adottato dalla Corea del Sud, dove è stato utilizzato il segnale satellitare che sta negli smartphone (il Gps) ei dati condivisi dai principali Social Media per effettuare una localizzazione che veniva registrato con assoluta precisione, grazie proprio ai telefoni continuamente connessi ai ripetitori 4g e 5g che in Corea del Sud sono circa 860mila; a ciò si aggiunge l'ulteriore controllo di oltre 8 milioni di telecamere un circuito chiuso, una ogni 6,3 abitanti. La Corea del Sud è stata molto lodata per come ha saputo gestire l'epidemia del Corona virus, anche se il raccolto le informazioni grazie al monitoraggio satellitare dei cittadini ha prodotto delle palesi violazioni della privacy, infatti tali informazioni sono servite alla sanità coreana,ma anche alle autorità governative che hanno rese pubbliche attraverso i siti web per comunicare alla popolazione l'ubicazione dei focolai che si sono sviluppati e quindi delle zone a rischio. Ma una volta divulgate le informazioni sugli spostamenti dei contagiati o dei sospetti tali, è stato inevitabile il rimbalzo sui Social Network che hanno poi provveduto a mettere alla gogna chi non si era attenuto al protocollo e alle procedure sanitarie. In questa direzione «gli altri paesi che stanno prendendo in provvedimenti di questo tipo - scrive Jung Won Sonn su “ The Conversation ”- devono affrontare un grosso problema. È improbabile che un racconto a livello di sorveglianza e questa diffusione delle informazioni personali siano accettati con facilità dalla maggior parte delle altre società democratiche liberali. (…) Di fatto, la condivisione delle informazioni può evitare di togliere ai cittadini la libertà di movimento. Quindi i governi di tutto il mondo hanno davanti una scelta difficile tra due violazioni dei diritti individuali: la diffusione delle informazioni e la restrizione alla libertà di movimento ».In verità la questione appare assai più complessa in quanto i diversi Stati (in alcuni casi perfino le regioni) sono andati ognuno per proprio conto, mettendo in atto dispositivi elettronici diversi capaci di geo-referenziare spostamenti e contatti non solo dei contagiati ma anche di tutti i cittadini, con la scusa di assicurare spazi di maggiore libertà per chi è immune o semplicemente guarito.Di fronte a questo scenario sembra delineare l'ipotesi alquanto probabile che la mappatura digitale, una volta applicata, non sarà solo uno strumento di contenimento e di contrasto alla diffusione del virus, ma finirà col diventare inevitabilmente uno strumento di controllo nelle mani anche di quei governi che non brillano per spirito democratico ed egalitario; in questa direzione non appare rassicurante la decisione del primo ministro ungherese Viktor Orban, lo scorso marzo, di avocare a sé i pieni poteri per far fronte all'emergenza Covid-19.

Le informazioni sui nostri gusti, gli spostamenti e gli presentati vengono raccolti ogni istante grazie dei nuovi media, rielaborati successivamente nel processo definito Datification , ovvero il procedimento che permette di raccogliere e usare le informazioni con modalità predittive. Il web è connesso ad una progressiva e capillare personalizzazione, ma se ciò fosse limitato solamente un modo per vendere pubblicità di beni e servizi mirati, potrebbe essere considerato anche un fattore positivo, in quanto gli utenti ricaverebbero informazioni dal mercato vicino ai propri gusti. Tuttavia se estendiamo il concetto di pubblicità all'informazione politica e alla propaganda, spesso dotato di Di fatto i big data modificano la natura del business, dei mercati e della società, spostando il valore dalle infrastrutture fisiche come i terreni e le fabbriche a elementi immateriali come le informazioni, che vengono puntualmente trasformati in merce secondo il semplice calcolo matematico che vede la vendita degli spazi pubblicitari in Rete direttamente proporzionale al numero di informazioni accumulate su ciascuno di noi: ovvero più cose so di te, più sarà facile venderti qualcosa.notizie false , allora potremmo vedere il vero volto, profondo inquietante, relativo ai big data.In questa direzione il caso di Cambridge Analytica ha dimostrato l'enorme forza di manipolazione che i Social Media hanno avuto in occasione di eventi importantissimi degli ultimi anni come la Brexit o le elezioni di Donald Trump, eventi che hanno portato Mark Zuckerberg di fronte al congresso statunitense e che hanno svolto un ruolo decisivo nel processo che ha costretto Facebook a pagare una multa miliardaria. Lo scandalo di Cambridge Analytica non ha rivelato che è molto facile manipolare e orientare a fini resi pubblici, ma allo stesso tempo ha anche messo in evidenza che i metodi usati da Cambridge Analytica non si discostano poi di tanto da quello che quotidianamente il cosiddetto capitalismo della sorveglianza fa con i nostri dati personali.«I dati sono estratti dalle nostre vite - scrive Shoshana Zuboff sul“ Financial Times ”- senza che ce ne accorgiamo. Negli Stati Uniti i respiratori usati dalle persone che soffrono di apnea notturna passano i dati alle compagnie di assicurazione sanitaria, spesso per permettergli di non pagare eventuali risarcimenti. Alcune app per il cellulare registrano la posizione dell'utente ogni due secondi e la rivendono a terzi. (…) I capitalisti della sorveglianza producono asimmetrie profondamente antidemocratiche nella conoscenza e nel potere che ne scaturisce. Sanno tutto di noi, ma i loro sistemi sono concepiti in modo che per noi sia impossibile conoscerli.Prevedono il nostro futuro e configurare i nostri comportamenti, ma per gli interessi economici di altri ». Il Nuovo Capitale che opera attraverso le nuove tecnologie della comunicazione gestisce già i nostri dati come fossero merce, organizzandoli in maniera profonda antidemocratica; pertanto è facile immaginare quali potrebbero essere i risvolti qualora un occuparsi dei big data fossero le organizzazioni governative, che potrebbe essere facile da dimostrare che tali informazioni sono necessarie per garantire la sicurezza del proprio Paese. Consentire il monitoraggio degli spostamenti degli individui e l'accumulo di informazioni private su liberi cittadini, anche se per fini importantissimi come il contenimento di un'epidemia mortifera, grande fratello di Orwelliana memoria. E se il modello coreano sembra difficilmente esportabile proprio per le intrinseche caratteristiche tecnologiche dello stato del sud-est asiatico, questo non ci mette al riparo da quello che ci appare oggi come una palese rinegoziazione del diritto alla privacy in nome di uno stato di necessità. Non a caso mentre il governo italiano pensava ad un'app che mettesse d'accordo il controllo dei contagiati con la privacy, il vice presidente della regione Lombardia, Icardi aveva già chiesto e ottenuto dai gestori telefonici un numero imprecisato ma rilevante di dati di traffico telefonico di cittadini lombardi o persone viventi nel territorio della Regione, incrociandoli con dati di altri interessati, prevalentemente risultati positivi al test sul Covid-19, giustificando l'azione come una verifica per constatare se e in che misura le ordinanze del Governo e della Regione impattavano sui comportamenti dei cittadini. Tutto questo lascia presagire che lo scenario che si prospetta di fronte a noi, anche quando la pandemia sarà finita e la vita tornerà ad essere tranquilla, vedrà la possibilità del tracciamento digitale come una delle azioni più praticabili ogni qual volta sarà necessario avere informazioni non solo sui contagiati, ma anche sulle persone immuni e su quelle guarite, quindi in pratica su ciascuno di noi. 

La parola chiave che consentirà il ricorso alla limitazione, se non addirittura alla sospensione, del diritto alla privacy ogni qual volta si verificheranno le condizioni opportune, è proprio lo stato di necessità, ovvero quella particolare condizione dell'agire umano che il filosofo Giorgio Agamben ha Definito venire Stato di eccezione , ribadit o recentemente proprio in occasione dei primi decreti Governativi volti al contenimento dell'epidemia: « Lo Stato di eccezione si Presenta venire la forma legale di ciò che non può avere forma legale. D'altra parte, se l'eccezione è il dispositivo originale attraverso cui il diritto si riferisce alla vita e la include in sé attraverso la propria sospensione, allora una teoria dello stato di eccezione è condizione preliminare per definire la relazione che lega e, insieme , abbandona il vivente al diritto ». Lo stato di eccezione - afferma Agamben - si presenta come una sorta di terra di nessuno che si è creato tra l'ordine giuridico e la vita, una sorta di sospensione degli ordinamenti costituzionali o addirittura delle libertà personali, allorquando sorge uno stato di grande necessità . Non a caso gli esempi che il filosofo porta nella sua argomentazione sullo stato di eccezione sono il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato promulgato da Adolf Hitler nel 1933 e l'Ordine militare emanato da George Bush il 13 novembre 2001, all'indomani dell'attacco alle torri gemelle. In entrambi i casi la creazione di uno stato di emergenza finì con il giustificare non solo la sospensione delle libertà individuali, ma anche la scrittura radicale di ogni statuto giuridico, producendo persone inclassificabili dal punto di vista del diritto, come lo furono gli ebrei nella Germania nazista ei prigionieri talebani catturati in Afghanistan; veri e propri detenuti in maniera indefinita in quanto sottratti sia alla legge che allo stesso controllo giudiziario.Agamben muove la sua riflessione proprio dal pensiero di Carl Schmitt sulla dittatura, in particolare dall'analisi e dalla constatazione che le forme di governo totalitarie non vengono mai a creare in opposizione alle democrazie, a giungere alla loro sospensione temporanea. Secondo Schmitt il momento della dittatura è autonomo, ma non alternativo, rispetto alle norme costitutive di uno Stato democratico, pertanto quando tali norme vengono sospese, esse non cessano di rimanere in vigore. Lo stato di eccezione non è altro che il momento in cui avviene la separazione della norma dalla sua applicazione, affinché la dittatura possa essere fondamentale che la norma continui sia vigere pur nella dimensione della sua sospensione.Per questa ragione la dittatura non è la negazione della democrazia, ma una delle sue possibili evoluzioni, se non addirittura il momento estremo nel quale «i due elementi del diritto mostrano la loro intima coesione». L a dimostrazione sta nel fatto che le azioni del potere totalitario anche se avere una durata più o meno estesa, tuttavia non trovandosi in opposizione con la struttura politica democratica, prevede anche il ritorno alla democrazia. Un caso emblematico possiamo trovarlo nella dittatura della Spagna franchista che ebbe fine con la morte del dittatore, Francisco Franco, allorquando il re Juan Carlos I traghettò il paese verso la democrazia, in quelli che sono stati definiti i tre anni della Transizione spagnola, ovvero dalla morte di Franco avvenuta il 20 novembre 1975 all'entrata in vigore della Costituzione del 29 dicembre 1978. E qui è utile aggiungere che, secondo Schmitt, un ruolo decisivo nel passaggio dalla democrazia alla dittatura viene svolto proprio dai mezzi di comunicazione, perfettamente funzionali alla manipolazione delle masse e al controllo dell'opinione pubblica; a tal riguardo è sufficiente ricordare il ruolo strategico, strutturale e profondamente invasivo che la propaganda assunse nelle dittature totalitarie dello scorso secolo. Ma a cosa corrisponde oggi il diritto alla libertà di pensiero e di espressione? Quale analogia intercorre tra il diritto negato dalle dittature del secolo scorso e l'attuale declinazione di libertà? Potremmo affermare che, anche se nella grande maggioranza dei paesi del mondo sono forti e consolidati i valori di libertà e democrazia, oggi il pericolo è legato alla perdita della nostra privacy.A tal proposito Edward Snowden ha scritto: «La libertà di un paese si può misurare soltanto in base al rispetto verso i diritti dei propri cittadini, e io credo che tali diritti rappresentino delle restrizioni al potere dello Stato, perché stabiliscono fin dove può spingersi un governo senza invadere quel territorio proprio dell'individuo che durante la rivoluzione americana era chiamato libertà, mentre nella rivoluzione di Internet corrisponde alla privacy ». Il caso di Edward Snowden, ex tecnico della CIA noto per aver rivelato la sorveglianza di massa del governo statunitense, dimostra che fu proprio lo stato di eccezione creata negli Stati Uniti sulla scia dell'11 settembre ad autorizzare la sospensione dei Diritti Costituzionali Informazioni relative alla privacy e, Soprattutto, del quarto emendamento della Costituzione degli stati uniti che Protegge le persone e le loro Proprietà da eventuali indagini da parte del Governo. Fu quindi a partire dal novembre del 2001 che Gli stati uniti, pur mantenendo valida la norma costituzionale , costruirono un sistema di controllo di massa basato un sull'accesso e la gestione dei dati sensibili di tutti i cittadini statunitensi. Di fatto dal 2001 al 2013, anno in cui si svolse la vicenda di Snowden, gli Stati Uniti adottarono una forma di 'dittatura' relativa appunto alla sospensione del diritto alla riservatezza; non a caso Snowden si considera e si è sempre dichiarato un patriota mosso da una ferma adesione ai valori di fedeltà della Costituzione Federale, un whistleblower che ha deciso di denunciare il tradimento perpetrato dal Governo nei confronti dei cittadini statunitensi. Infatti le sue rivelazioni sono state fornite esclusivamente a giornalisti, opportunamente selezionati, e non sono servite per un suo tornaconto personale, ma per informare le persone su ciò che veniva fatto nel loro nome e, soprattutto, su quello che veniva fatto contro di loro .

Consentire o meno alle nuove tecnologie di geo-localizzare i contagiati e gli immuni non può essere un aspetto circoscritto e visto solamente sotto l'obiettivo del raggiungimento del fine preposto, sul quale siamo tutti d'accordo, ovvero contenere il più possibile il diffondersi del virus e allo stesso tempo evitare di infrangere il diritto alla privacy, sconfinando in forme più o meno evidenti di dittatura del potere . La questione deve essere affrontata sotto il punto di vista di un'etica della comunicazione che pon ga un fondamento del discorso quel che Karl - Otto Apel ha definito come "una macroetica planetaria della responsabilità" ».È evidente a tutti che l'epidemia del Covid-19 ha messo l'umanità di fronte ad un bivio davanti al quale l'unica strada percorribile sarà quella della condivisione globale delle scelte e delle strategie; il virus non conosce Stati nazionali o confini, non può essere combattuto con strategie 'locali' ma solo se le misure saranno concertate e adottate pensando al mondo nella sua interezza e non più all'interno di ogni singolo Stato. In questa direzione torna di grande attualità il pensiero di Apel che teorizzò la fondazione di una vera e propria etica della comunicazione. Il filosofo tedesco giunse a tale considerazione nel 1992 riflettendo sull'altra grande sfida che l'uomo aveva e continua ad avere oggi davanti a sé e che, esattamente come il disastro del Covid-19, necessita di un progetto mondiale per essere affrontata e risolta: l'emergenza ecologica. Entrambi gli aspetti, l'emergenza epidemiologica e la catastrofe climatica, si pongono come problemi che devono essere gestiti attraverso un nuovo metodo di contrasto, ma per fare occorre prima di tutto fondare un'etica della responsabilità planetaria. Scrive Apel: «i problemi di una macroetica planetaria della responsabilità , che a mio avviso si impongono oggi nonostante la 'complessità' della situazione - anzi proprio in considerazione dei 'vincoli sistemici' - non possono certo venir risolti solo sulla base della tradizionale morale individuale e dell'etica tradizionale delle virtù (MacIntyre 1985) nel quadro delle consuetudini dell'eticità sostanziale (Hegel) delle diverse forme socioculturali di vita. Dalla prospettiva di questi utilizzati morali o etici, tramandati dal passato, l'esigenza di un' etica della responsabilità per il futuro, così come posta da Hans Jonas, non può apparire come un "utopismo della responsabilità", il quale caricherebbe il singolo, cui la responsabilità è imputata di richieste cui egli non potrebbe mai corrispondere. In breve, ne risulta un comprensibile, ma pericoloso, senso di impotenza dinanzi ai nuovi problemi derivanti dalla responsabilità collettiva per le conseguenze delle attività collettive ». La teoria di Apel ha come fondamento il primato etico della comunicazione intesa come strumento capace di creare comunione e quindi comunità, in questa direzione è evidente il ruolo che Internet può assumere, oggi che la diffusione della Rete è capillare e tocca ogni casa, ogni famiglia. Internet offre una splendida opportunità per volgere le straordinarie potenzialità della comunicazione digitale globale verso la costruzione di una macroetica planetaria delle responsabilità, nelle sue declinazioni di partecipazione, collaborazione e vera condivisione . A tal proposito si pensi a come la scuola, durante i momenti più difficili dell'epidemia, sia comunque riuscito a continuare la sua funzione di educazione e istruzione grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, riuscendo nel ruolo importantissimo di creare e consolidare comunità e appartenenza. Nei mesi di reclusione forzata milioni di studenti hanno potuto continuare i loro studi, sentendosi parte di una collettività e di una comunità educante, e così facendo, non si sono sentiti isolati o addirittura abbandonati; anche se purtroppo rimane aperto il problema della connessione, visto che in Italia il trenta per cento degli studenti non è riuscito a seguire adeguatamente le lezioni on line. E qui si ripropone il discrimine relativo alle possibilità economiche delle famiglie che non hanno collegamenti alla Rete o che magari devono dividere un unico tablet tra più figli, in questa direzione è stato ribadito dal Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, che il diritto alla connettività deve diventare un diritto costituzionale, visto che la Costituzione italiana prevede la partecipazione dei cittadini all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese; ed oggi lo strumento più efficace per garantire tale partecipazione è Internet. Emerge quindi con forza la prospettiva che l 'umanità sia davvero di fronte a un bivio: potremmo scegliere di utilizzare la Rete ei Social Media per creare una sorta di Stato di polizia, nel quale il gioco gioco facile gli haters, i delatori di ogni sorta e l'occhio vigile del controllore , oppure vedere questi nostri tempi maturi per un nuovo modo di pensare e utilizzare la comunicazione che andrebbe colta e fondata prioritariamente nel suo aspetto etico, ovvero nella fondazione di «una morale universalmente valida della cooperazione non parassitaria nella soluzione dei problemi dell'umanità, ovvero una morale della corresponsabilità per le conseguenze delle attività collettive degli uomini ». La Rete può e deve essere, proprio per il suo sviluppo capillare e tuttora in forte espansione, lo strumento attraverso il quale sia possibile realizzare una cooperazione finalizzata a risolvere i problemi scaturiti dalle attività collettive degli uomini; verso cui possono sussistere solamente responsabilità collettiv e . O ccorre ripartire proprio da questo splendido sogno che comporta dialogo, vera condivisione e soprattutto l'accettazione dell'altro-da-noi come parte essenziale nella costruzione di un mondo nuovo, nella consapevolezza che, ora più che mai, solo una necessaria utopia potrà salvarci.

giovedì 19 marzo 2020

Il dono perverso


Honoré Daumier, Tiens peuple, tiens bon peuple


Stiamo a casa, confinati nelle stanze a condividere un tempo che riacquista un senso e una densità nuova e inaspettata. Il virus che ci impone il ritiro dal mondo, allo stesso tempo ci apre ad un altro mondo che, anche s’è fatto delle stesse cose con cui abitualmente agiamo, le colora di sfumature diverse. Stiamo a casa e siamo costretti a ridisegnare le nostre abitudini, sopportare le nostre idiosincrasie e ritagliare spazi personali che finiscono con l’essere inevitabilmente luoghi mentali. Un rifugio forzato, forse un nascondiglio dove poter tornare a noi stessi coltivando quello che i latini chiamavano otium e che ‘ozio’ non era, poiché era tempo in cui ci si dedicava alla casa, al podere o agli studi e da qui per estensione divenne l’attività letteraria. Eppure in questo isolamento non siamo mai del tutto soli, perché anche qui siamo invariabilmente raggiunti dalla società pornografica che ci ricorda che dobbiamo continuare a produrre, a lavorare per sostenere e per alimentare il Nuovo Capitale.

Il primo segnale mi giunge da Candy crash che m’informa che potrò giocare senza limiti, vite infinite, che per uno come me cresciuto negli Ottanta è un paradosso vicino alla fisica quantistica; e poi uno dopo l’altro ecco arrivare i doni del mondo dell’intrattenimento: Sky apre tutti i pacchetti (sport e calcio per tutti), Mediaset ripropone la saga di Harry Potter e ancora, tra buonismo e munificenza, s’inaugura una gara a chi dà di più, a chi regala ebook o solamente sconti, i più tirchi. Si sa che il marketing deve essere principalmente flessibile e cogliere opportunità dove si manifesta la desolazione, perché una crisi è sempre un momento di passaggio, o più propriamente un passare attraverso, quindi non è poi così importante potere superare un momento più o meno lungo di difficoltà, quanto piuttosto il modo con cui tale crisi si supera. Credo che sarà difficile far finta di niente quando tutto questo sarà finito, sarà difficile dire a noi stessi che tutto sarà come prima e tornare ad essere sempre gaiamente impreparati.

Vedere un’opportunità in una crisi è il lavoro che svolge quotidianamente il capitalismo che, esattamente come Crono, si nutre dei suoi stessi figli trasformando quello che genera in cibo per perpetrarsi e affermarsi come unica e indiscussa divinità. Ed ecco allora l’atto del donare che, nella sua apparente gratuità, pretende invece un corrispettivo morale e materiale. Nel poter vedere di più, possiamo contemplare le forme dello spettacolo e dell’intrattenimento nell’illusione perfetta della gratuità, ma è un omaggio che prevede il nostro stare di fronte all’epifania delle immagini, poiché interagendo con i dispositivi elettronici o sui Social Media, non facciamo altro che aumentare il traffico di dati in Rete e gli ascolti per l’industria televisivaPerché su una cosa occorre subito fare estrema chiarezza: un'immagine oggi non è solamente un'immagine, qualsiasi rappresentazione figurativa (video o immagine) che ci passa davanti agli occhi è, prima di ogni altra cosa, una merce, un prodotto che nel medesimo tempo produciamo e acquistiamo. Dunque 'poter vedere' di più è un dono perverso che permette al Nuovo Capitale di monitorarci, un vero e proprio lavoro, in quanto il nostro guardare e interagire in Rete produce di fatto ricchezza che si crea quando noi tutti spettatori spostiamo il nostro sguardo da un contenuto ad un altro, posizionando i nostri ‘mi piace’ e i nostri commenti, condividendo e lasciando che altri sguardi insieme ai nostri finiscano con il collocarsi al loro posto nella catena di montaggio del vedere. Siamo contati in ogni singolo cambio dello sguardo su un nuovo contenuto, sia esso un post curioso o l’ennesima replica di un film di successo, e i numeri che noi stessi creiamo servono per vendere a un prezzo più alto la pubblicità. Ed è questo il modo con cui ricambiamo il dono perverso della società pornografica, lo paghiamo con il nostro tempo passato davanti ad uno schermo. Uno scacco matto che ci vede nell'illusione di comsumare, mentre in realtà siamo gli ignari lavoratori: guardiamo e guardando produciamo ricchezza per il Nuovo Capitale che ci vuole fedeli e instancabili spettatori.

Nell’Antico Regime era consuetudine in occasione di feste o anche festeggiamenti privati, come nascite o matrimoni, elargire cibo o addirittura monete d’oro al popolo sotto forma di lanci dalla finestra di casa o dalla carrozza, rendendo di fatto manifesta la verticalità del dono. Naturalmente più il nobile che elargiva era in alto nella piramide sociale, più grande doveva essere l’elargizione tant’è che, ad esempio, quando nel settembre del 1751 nacque un figlio al Delfino di Francia, vi furono feroci tumulti per afferrare le monete gettate al popolo che era affamato e disperato. L’atto di donare, quando viene dall’alto in modo sfarzoso e scenografico, manifesta superiorità e l’implicita accettazione della subalternità di chi riceve. E non ultimo la semplice e amara constatazione che le poche monete raccolte dal popolo non cambiavano minimamente la condizione d’indigenza delle masse, ma allo stesso tempo gettavano una luce di gloria perfetta sul nobile di turno. Il dono perverso è un movimento che restituisce più di quanto offre, nella perfetta illusione che vede proprio nel dare l’atto che consolida e rafforza la verticalità del potere e del comando. Il potere non assume più la forma del totalitarismo politico ma quella più perfetta e inattaccabile della dittatura del consumo, davanti alla quale siamo veramente tutti uguali, ovvero tutti democraticamente servi della società dello spettacolo.

giovedì 13 febbraio 2020

Joker



Nella scuola dei miei tempi esisteva solo il tema di italiano, non si poteva scegliere tra diverse tipologie come l’analisi del testo letterario, argomentativo o espositivo; venivano assegnate solo un paio di tracce su argomenti che potevano riguardare i massimi sistemi oppure in alternativa si poteva svolgere il fatidico e insidioso tema di attualità, che era quasi sempre mellifluo e scivoloso, perché se sostenevi una tesi precisa, finiva poi con il mancare nel testo una antitesi che il professore, guarda caso, maneggiava perfettamente. Inoltre si poteva finire con estrema facilità su posizioni radicali (da giovani è facile) oppure non essere sufficientemente informati su quelle precise tematiche, per cui alla correzione mi ritrovavo con puntuali annotazioni dell’insegnante che, in maniera implicita, m’invitava la prossima volta a scegliere un’altra traccia. Naturalmente aveva ragione l’insegnante, anche perché i miei temi di attualità si articolavano sempre allo stesso modo: qualsiasi fosse il problema da affrontare e sviscerare, alla fine delle argomentazioni e delle analisi era tutta colpa della società. Al tempo “la società” rappresentava per me un ordine simbolico perfetto, con cui potevo scaricare tutta la colpa a qualcosa che non si sapeva bene dove fosse e, soprattutto, non poteva difendersi.

Ho ripensato alla mia facile propensione nel dare la colpa alla società guardando “Joker” di Todd Phillips, perché in effetti ogni aspetto della vita di Arthur Fleck sembra costruito per far sì che il protagonista non abbia nessuna possibilità di salvezza, perdendo mano a mano ogni speranza e ogni possibilità di riscatto. Il protagonista è affetto da disturbi psichici, ma gli assistenti sociali non possono più somministragli i farmaci a causa dei “tagli” alla spesa pubblica; viene licenziato perché gli cade una pistola che teneva con sé perché era stato aggredito, mentre si stava esibendo in ospedale davanti a dei bambini; la madre, apparentemente suo unico punto di riferimento, si rivela essere una persona con gravi turbe psicologiche che per tutta la vita costruisce un castello di menzogne intorno alla fragile personalità del protagonista. Insomma la deriva morale di Arthur avviene suo malgrado, come se la scelta di abbracciare la sua ombra, accettando l’idea che uccidere in fondo non è niente, fosse ineluttabile. Arthur si trasforma in Jocker in quanto abbandonato da tutto e tutti, perché «la parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi». Ed ecco svelato il vero volto della “società”: la società sono le persone, ovvero ciascuno di noi con la precisa responsabilità morale di dover fare ogni giorno la scelta giusta. In questa direzione Joker è un film politico nell’accezione più ampia del termine, perché restituisce la responsabilità di quel che accade alla volontà degli uomini che possono determinare il migliore o il peggiore dei mondi possibili. E infatti la discesa agli inferi di Arthur sembra solo apparentemente coincidere con le sommosse dei cittadini di Gotham, stanchi di vivere in una città in mano alla criminalità; in realtà Joker viene ad essere il coagulante dell’odio e della violenza sociale, egli è al contempo causa ed effetto, idolo involontario e quindi come ogni eidolon che si rispetti, forma e figura della realtà sociale. Non a caso la maschera di Joker è il simulacro che afferma senza dubbi: «Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io che cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti».

In questa direzione è interessate provare a collegare il film di Todd Phillips con Taxi driver di Martin Scorsese, e non solo per le due eccelse interpretazioni di Joaquin Phoenix per Joker e di Robert De Niro per il tassista alienato e disadattato, ma soprattutto per il modo in cui i due protagonisti partendo da posizioni marginali, finiscono per assurgere a immagine e simbolo dell’indignazione popolare. Loro malgrado sia Joker che il taxi driver vengono presi a modello dalla gente, tuttavia se dietro al tassista c’è una sorta di volontà purificatrice (sia pur malata), per cui il desiderio del protagonista è di ripulire la città dall’ipocrisia e dalla criminalità, non a caso egli parla dei suoi propositi come di una “missione”; Joker invece sembra vivere ogni cosa dentro la sua devastante e personale psicosi che non ha finalità se non quella di consumarsi in una violenza fine a se stessa. Entrambi sono sintomi della patologia mortale che attanaglia periodicamente l’umanità, ma nel caso di Joker c’è un salto di qualità poiché questa volta il sintomo coincide con la malattia: ovvero quello che non riusciamo o non vogliamo capire e quindi non siamo in grado di rimediare o prevenire appare e si manifesta come qualche cosa con cui non ci identifichiamo. Joker siamo noi, il nostro lato oscuro assunto a capro espiatorio, il folle, l’emarginato, il diverso. Pertanto Joker non può morire non tanto perché è il nemico di Bat Man, ma in quanto nemesi assoluta di ciascuno di noi, ovvero immagine dell’ordine simbolico che continuiamo a chiamare società.

martedì 11 dicembre 2018

Negativa




«Ciò che vedo (nella fotografia, ndr) è che io sono diventato Tutto-Immagine, vale a dire la Morte in persona: gli altri – l'Altro – mi espropiano di me stesso, fanno di me, con ferocia, un oggetto»
(R. Barthes)

L'ultimo lavoro di Alessandro Baronciani s'intitola Negativa ed è un'opera che, nonostante la forte caratterizzazione data dal genere letterario, presenta tutta una serie di rimandi e allusioni che spingono a collocarla su un diverso piano narrativo, più articolato e profondo rispetto alla struttura della vicenda raccontata. La storia è più vicina all'horror piuttosto che al genere hard-boiled o al thriller alla Dario Argento (quello più avvincente e originale della trilogia degli animali), eppure a mano a mano che la lettura procede ci accorgiamo che la narrazione racchiude altri significati, aprendo inediti percorsi di senso. In questa direzione è interessante vedere come sia proprio il procedimento metonimico a costituire la struttura della grapich novel, sia dal punto di vista del segno grafico sia per quanto concerne la parte relativa alla drammaturgia. In particolare è proprio la causa per l'effetto a muovere la corsa dello sguardo, come ad esempio nella pagina “tagliata” che indica una ferita da foglio di carta oppure nelle inserzioni delle alette interne che triplicano le pagine, sviluppando ogni volta diverse e originali impaginazioni; e da questo punto di vista la lettura di Negativa sorprende ogni volta che si gira una pagina.

Nel libro la scelta stilistica del bianco e nero rimanda di fatto alla coppia oppositiva e complementare di luce e buio e, per estensione, alla metafora di bene e male la cui lotta, se da un lato è utilizzata per sviluppare la trama e l'intreccio, dall'altro lato sposta il punto di osservazione proprio sul ruolo di medium della fotografia; intesa proprio come scrittura con la luce, espressione artistica che solamente dieci anni fa necessitava di un passaggio da un momento negativo, rappresentato dalla pellicola, ad un secondo tempo positivo, sintetizzato dalla stampa finale. La riflessione si sposta sull'immagine fotografica e su quel suo essere oggi privata del momento formale e costitutivo, ovvero dello sviluppo della stampa. Non a caso i nostri tempi vedono la fotografia come un atto istantaneo e pulsionale, un prodotto di una delle numerose applicazione degli smartphone che vive solamente poche ore sulle bacheche dei Social Network. La fotografia sembra aver perduto la sua fase di latenza, quel sonno abbandonato nella vasca dello sviluppo fotografico che era anche momento di riflessione e di determinazione dello sguardo per il taglio finale dello scatto. Se è vero che oggi è possibile modificare profondamente l'immagine applicando centinaia di filtri alla fotografia digitale, appare altresì perduta definitivamente l'attesa della nascita della fotografia, il suo farsi forma ed equilibrio di luce e di ombra. In questa direzione è illuminate ricordare quello che affermava Giacomo Leopardi nel pensare l'attesa come desiderio puro della felicità, in quel suo essere sempre passato o futuro, e mai presente.

Ed è proprio questa riflessione che sembra legare Negativa con il precedente lavoro di Alessandro Baronciani, ovvero con Come svanire completamente; infatti se in questo nuovo libro la storia nasconde la riflessione sull'immagine, piegandola alle ragioni della narrazione, nell'opera del 2017 è proprio l'immagine, o meglio la scelta della narrazione per immagini a prevalere sulla vicenda e sulla storia. Infatti quella morte che lega gli snodi della narrazione in Negativa è la stessa che la fotografia rivendica allorquando cristallizza la realtà, operando quel processo di mortificazione che sempre lo scatto fotografico trasforma da soggetto in oggetto, inquadratura, fotogramma. Come l'alter ego malvagio di Stella vive nello spazio che separa il sogno dall'incubo, così la sirena in Come svanire completamente abita nella linea sottile che divide la realtà dall'immaginazione, il luogo senza tempo del mito dalla vita di tutti i giorni. Per questa ragione i due ultimi lavori di Baronciani, pur essendo lontanissimi l'uno dall'altro, sembrano dialogare insieme in un movimento a spirale in cui testo e immagine si fondono e si confondono, lasciandoci in quello spazio liminale nel quale il testo verbale e non verbale non possono fare più a meno l'uno dell'altro; come il bianco e il nero, la luce e l'ombra.


domenica 21 ottobre 2018

Le cose con il loro nome



In Attraverso lo specchio, Alice incontra un uovo del tutto simile ad un essere umano che intrattiene con la protagonista un lungo dialogo. Leggiamo: «Questa è gloria per te! - Non capisco cosa intenda per “gloria”, - disse Alice. Humpty Dumpty sorrise sprezzantemente . - È naturale che tu non capisca... finchè non te lo spiegherò io. (…) - Quando io adopero una parola, - disse Humpty Dumpty, in tono piuttosto sdegnoso, - significa esattamente ciò che io voglio che significhi... nè più, nè meno". - La questione è, - disse Alice, - se lei può fare in modo che le parole significhino le cose più disparate. - La questione è, - disse Humpty Dumpty, - chi è che comanda».

Sappiamo infatti che alcune parole hanno una valenza positiva contro altre che racchiudono un senso specificatamente negativo. Sviluppo, crescita, tecnologia, flessibilità, ristrutturazione hanno un implicito assunto positivo, mentre parlare di precariato, rallentamento, scelte radicali, licenziamenti ci portano a considerare le notizie in maniera negativa. Ma quanta differenza c’è tra flessibilità e precariato? Non sono spesso modi diversi per dire la stessa cosa? Senza ombra di dubbio possiamo affermare che risanare un'azienda ha una connotazione positiva, eppure sottintende quasi sempre a licenziamenti e dismissioni. Esistono poi parole “inattaccabili”, ovvero quei termini che sostituiscono il significato vero con un altro più accettabile. Ad esempio definire una bomba “intelligente” significa spostare l’idea della morte e della distruzione nell’ambito semantico dell’efficienza e del controllo: chi può dubitare o aver timore di un meccanismo “intelligente”. La bomba è stata umanizzata, assicurandoci un risultato pulito e asettico, quasi “chirurgico”. I “danni collaterali” prodotti inevitabilmente da una bomba sia pur “intelligente” sono quindi di gran lunga preferibili rispetto alle cronache di civili morti dopo un bombardamento. Se poi a perpetrare l’eccidio sono “forze dell’ordine in operazioni di polizia internazionale”, allora si è molto più tranquilli con la propria coscienza rispetto alla notizia che un esercito di uno Stato straniero ha bombardato una città.

Recentemente il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva informazioni sul condono varato con l'ultimo documento di finanza pubblica, di non chiamarlo condono, ma “pace fiscale”; più precisamente ha detto di chiamarlo in qualsiasi modo, ma non condono. L'altra misura importante che sarà attuata a partire dal prossimo anno e che, di fatto, ha trascinato alla vittoria elettorale il M5S è il “reddito di cittadinanza”, che non è un reddito di cittadinanza, ma un salario minimo garantito, ovvero una cifra variabile che andrà a integrare un sussidio non superiore a 780 euro a persona. Infatti il richiedente dovrà ottemperare a tutta una serie di regole e criteri che, qualora non fossero rispettati, ne farebbero decadere il diritto. A vedere bene si tratta un sussidio di disoccupazione, ridefinito e riformulato su qualcosa che c'era già, ovvero sulla base del REI, il reddito di inclusione. Dunque il reddito di cittadinanza è un nuovo sussidio di disoccupazione che, se è vero che da una parte si applica anche alle pensioni minime, dall'altra esclude tutta una serie di nuovi individui che, anche se provenienti da stati stranieri, nel tempo sono riusciti a integrarsi e a diventare cittadini italiani a tutti gli effetti: a guardar bene siamo di fronte alla solita, ennesima, guerra tra poveri. Al di là dell'orientamento politico di ciascuno di noi e soprattutto non potendo prevedere nessuno quali saranno le conseguenze e le ripercussioni di questa manovra di governo, è interessante riflettere sulle modalità linguistiche e sul fondamento del discorso che muovono i nuovi governanti. Alla base di ogni discorso, di qualsiasi annuncio o proclama c'è sempre la semplificazione e la traslazione nella categoria oppositiva puro/impuro che, per estensione, diventa ogni volta una sorta di: “tutto quello che facciamo è giusto e, se sbagliamo, non l'abbiamo fatto con intenzione”. Tale assioma si scontra puntualmente con gli altri che vengono descritti come il luogo di ogni male e che, di contro, "tutto quello che fanno è sbagliato o corrotto". Si sa che la propaganda viene utilizzata da tutti gli schieramenti politici, c'è sempre stata e sempre ci sarà, ma quello che colpisce sta nel fatto che oggi non c'è più bisogno di entrare nel merito delle parole perché è importante, più di ogni altra cosa al mondo, difendere con ogni mezzo la propria bolla di contenuti, informazioni e posizioni politiche. Al di là dell'appartenenza politica, in questi tempi che sono stati definiti come l'epoca del presunto superamento dell'ideologia, sorge incontrastata la peggior forma di ideologia, ovvero quella che non contempla né prevede l'alterità del pensiero. La desolazione che sorge di fronte ai nostri occhi altro non è che una sorta di morte dell'anima che si perpetra dentro i nostri narcisistici ordini simbolici.

Per questa ragione gli scambi di opinioni e il confronto sulle differenti posizioni politiche, tutte legittime in democrazia, avvengono oggi nella Rete e nei Social sotto forma sub umana degli haters, persone (o meglio accountpronti a denigrare ancor prima di argomentare, solerti nell'attaccare ancor prima di cercare di capire le ragioni degli altri. La violenza digitale viene ogni giorno sdoganata da video, immagini e post in cui non si discute ma si attacca utilizzando ogni forma di odio: dai toni più rabbiosi a quelli più sottili che utilizzano l'ironia e il sarcasmo. Ovunque si afferma il linguaggio di Humpty Dumpty che altro non è che il linguaggio dello stesso potere; un potere che desidera che non esistano più gli avversari, ma solamente i nemici.

domenica 3 dicembre 2017

Anche gli uccelli uccidono


Tomorrow see the things that never come
(N. Young, Birds)

Nel 1970 Robert Altman dirige il film “Brewster McCloud”, in Italia uscito con il titolo “Anche gli uccelli uccidono”. La vicenda descrive il sogno di un giovane, impegnato a costruire un macchina che gli permetta di volare. Accanto a lui c'è la giovane Lousie che, anche se condivide il suo sogno e lo ricambia, ha deciso che non si concederà sessualmente a lui finché il loro progettto non si sarà realizzato. La relazione con Louise si interromperà quando Brewster avrà un rapporto con la giovane Suzanne. Dunque c'è un sogno vincolato a un patto di castità che si spezza quando quella purezza viene meno: volare preclude leggerezza, assenza di corporeità, sguardo rivolto al cielo, mentre il richiamo del piacere sessuale conduce verso il basso e distoglie la vista da quel loro ideale. Nel frattempo nella storia avvengono misteriosi omicidi, tutti legati da un comune denominatore, infatti continuano a morire tutte le persone che, per un motivo o per un altro, si frappongono tra Brewster e la realizzazione del suo progetto. Saranno solamente le parole di Suzanne che, ascoltata la confessione degli omicidi da parte di Brewster, condurrà la polizia all'interno dell'Astrodome dove il giovane tenterà fallendo il volo e si schianterà al suolo.

Paradossalmente nella vicenda gli omicidi non si configurano come crimini efferati, mentre l'abiura dal patto di purezza conduce il protagonista al fallimento dello scopo e alla morte. Brewster personifica di fatto il sogno fallito di un'intera generazione che aveva riposto negli ideali di amore, pace e fratellanza le basi per la costruzione di una nuova era. Infatti tra il 1968 e il 1969 quel sogno che sembrò davvero realizzarsi, s'infranse e precipitò: si dissolse nell'omicidio di Sharon Tate, uccisa il 9 agosto 1969 dai seguaci di Charles Manson, convinti di poter far esplodere una rivoluzione contro la società borghese e capitalista; si dissolse nell'immondizia lasciata dal festival di Woodstock, tenutosi tra il 15 e il 18 agosto 1969, in cui, all'apice della diffusione della cultura hippie, si affacciò per la prima volta l'idea che dietro a quel mondo ci poteva essere anche una montagna di denaro.

Il film di Altman riflette sulla perdita della purezza di quel mondo giovanile piuttosto che sulla sconfitta avvenuta per l'opposizione degli ambienti conservatori della società. Il fallimento di quel sogno, racchiuso nella metafora del volo, ebbe più cause interne che esterne, poiché la sconfitta di quella visione generazionale avvenne non tanto per la repressione della polizia e dell'esercito, quanto piuttosto per l'accettazione dei medesimi meccanismi economici degli oppositori, ovvero quando i figli dei fiori introiettarono le stesse dinamiche finanziarie di scambio e di produzione dei loro padri. In questa direzione, in "Anche gli uccelli uccidono", accettare la relazione con Suzanne da parte di Brewster compromise irrimediabilmente il patto con Louise, facendo venire meno il sostegno utopistico che reggeva il sogno del volo e, allo stesso modo, la generazione del '68 scegliendo la lotta armata e lo scontro omicida (si consideri che i Weatherman si costituiscono nel 1969) non condusse due schieramenti inconciliabili alla guerra, ma al fallimento della generazione del sessantotto che, nata per essere geneticamente diversa da quella dei padri, finì con il divenire l'altra faccia della stessa medaglia.

Poco dopo l'uscita di “Anche gli uccelli uccidono” morirono Jimi Hendrix, il 18 settembre e Janis Joplin il 4 ottobre 1970, mentre l'escalation della lotta armata iniziò di lì a poco, tanto che nel 1970 i Weatherman pubblicarono una “dichiarazione di guerra” contro il governo degli Stati Uniti. Fu l'inizio di una stagione nata già morta, finita nell'attimo esatto in cui nacque, sconfitta nel preciso momento in cui cominciarono ad esplodere le bombe e a morire persone innocenti. Forse per questo in “Pastorale americana” Philip Roth, a proposito di quel sogno infranto, disciolto nel terrorrismo, fa pronunciare alla giovane protagonista, che aderisce alla lotta armata, queste parole: “capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”.